All'aurora ti cerco

Blog di un'anima
lunedì, 02 marzo 2009

Leggerezza, baby

Laughing JesusScrivere per il gusto di scrivere: solo questo ho voglia di fare ora. Senza alcuna pretesa o presunzione di districare l’aggrovigliata matassa coagulata nel mio cervello pulsante quanto un cuore. In fondo è da parecchio che non lo faccio più, tanto da temere di non esserne più capace. Chissà, forse l’epoca degli animessaggi è già finita, esauritasi per autocombustione; o forse questi mi attendono giusto dietro l’isolato, oltre questa promenade che davvero non saprei se paventare o desiderare essere di mera transizione. Ma è un quesito su cui non ho punto intenzione di arrovellarmi, e poiché già sento i pensieri convergere lì, levarsi a Te, preferisco mettere il tutto in stand by e voltarmi altrove. Piuttosto, ecco, parlerò un po’ con me stesso. Leggerezza, baby.

Adesso sono un ragazzo-squillo (squillo del cellulare, né!), un modello (agli occhi di una borderline dolce quanto sfasata, che a questo punto non potrà più esimersi da quella benedetta visita oculistica che rimanda da troppi mesi), un escort – come ieri fa mi ha scherzosamente definito lei, le cui fusa telefoniche mi fanno sorridere ancora adesso. E dico queste cazzate perché, se mi è consentito un pensiero di cui colgo pienamente la futile frivolezza (e che per giunta mi piace proprio per questo), sento un inarrestabile bisogno di levità, di semplicità, addirittura oserei dire di superficialità – vizio che, per inciso, ho sempre esecrato a morte negli altri. Oibò, il ‘pensone’ si è stancato di strombazzare i gravi delle sue profondità baritonali e per una volta, se non più d’una, ebbro di un afrodisiaco elio vuol darsi alla spensieratezza di più disimpegnati squittii…

 

Eccomi allora allegro, argentino, svolazzante, gaio – ma sì, come direbbe ancora lei, chi se ne incula. Ai problemi e a pesantori della vita è decisamente più sensato contrapporre l’elemento opposto, un senso dell’umorismo autoironico e vagamente sciocchino; se non puoi incantare quelli, puoi però ingannar te stesso – il risultato è poi il medesimo. Ma no, dai, non si tratta neppure d’un inganno, di uno stratagemma autoconsolatorio: non ti nascondi la (né alla) realtà, semplicemente abbracci una sorta di pensiero parallelo, fonte di ogni creatività ed empowerment, e scopri che defenestrando la zavorra che ti ruzzola proditoriamente fra i piedi riesci a librarti al di sopra di ogni peso specifico, anche il più oneroso e insostenibile, e ad analizzarlo non solo con maggiore distacco, ma anche con più lucidità. È sciocco sobbarcare una materia già di per sé grave a ulteriori oneri e gravami; meglio prenderla in giro, farle il solletico, canzonarla senza troppi scrupoli e complimenti. È pacifico che resterà quella stronza che è sempre stata, ma almeno in questo modo non potrà contagiarti e farti diventare come lei: tetro, musone, scorbutico – insomma, uno stronzo.

Ne sto dicendo di stronzate, eh?!?

Ma sì, chi se ne incula.

 

Gaio è proprio l’aggettivo che userei per definire lo scorso sabato (di cui deliberatamente, finora, non ho scritto alcunché), con un pizzico di malizia furbetta, certo, ma anche in un senso più lato e serio (uh!). Stranissimo, per me, quel week-end, come ho avuto modo di dire a lei: perché il rapido subentrare, a un giorno tanto piacevole e vivace, di un episodio così triste e doloroso, che mi ha visto non protagonista ma senz’altro personaggio coinvolto in più sensi, ha automaticamente innescato la mia mente interpretativa, inducendola a instaurare superstiziosi, folli, colpevolizzanti vincoli di causa-effetto; rielaborazione magica di effettivi errori compiuti con R. che lì, d’un tratto, hanno rilasciato il loro mortifero olezzo, e per i quali il mio inconscio ha subitaneamente cercato di trovare una puntuale punizione, un’esemplare ammenda. La psiche gioca buffi scherzi, a volte. Stronza pure lei.

Sì, quel sabato è stato davvero qualcosa di… gaio. Inaspettato all’ennesima potenza (e qui sbatterà più di qualche ciglietta…) eppure anche così familiare, rilassato, spensierato, divertente. Ed è anche da lì, credo, che sorge ora in me questa voglia nuova di leggerezza, malgrado le vivaci, acute disamine teologiche cui ho assistito in quell’occasione fossero tutt’altro che lievi.

Grazie, ragazzi.

 

Mi dispiace per R., per V., per K. e per tutti loro, anime smarrite e bambine aggirantisi inconsolabili nella dantesca bolgia infernale della loro mente e del loro carcere, che sento un po’ – il che è indicibilmente ridicolo – come figlie. Eppure neppure posso lasciarmi fagocitare da un lacerante psicodramma che alla lunga rischierebbe di schiacciarmi.

Sì: continuerò a portarli nel cuore, R. in più anche nel mio modesto ma servizievole autoveicolo, ma adesso più che mai sento un gran bisogno di alleggerirmi e ridere. E ciò non perché le loro storie non mi abbiano toccato o tocchino tuttora, ma al contrario, proprio perché mi hanno segnato. Molto più che spirito di autoconservazione: puntiglio – direi – di non darla vinta alla pesantezza.

 

Quando quei ‘dannati’ ti buttano in faccia i loro occhietti pesti, psicotici e sofferenti, avverti nell’intimo che ciò di cui hanno bisogno è soprattutto vederti e sentirti ridere; assolutamente non leggere la propria stritolante condanna nella disperazione impotente di un ‘sano’, ma invece riscoprire ciò che hanno obliato nel loro Lete – che sì, si può ancora e sempre ridere, nonostante tutto. Non per velleità di dimenticare o ignorare il male, non è dato a nessuno; piuttosto per affrontarlo, combatterlo, graffiarlo e sfigurarlo; per far male al male. Fottiti, grandissimo bastardo: io rido.

E una volta compreso questo, che a dispetto di qualunque accadimento o sofferenza si può sempre ridere, che senso può mai avere, una volta lontani da quelle anime e nascosti alla loro vista, rannicchiarsi nella solitudine del proprio buio deserto e spaccarsi, devastarsi di singhiozzi? No, non è questione di essere attori consumati, brillanti in scena quanto malinconici in camerino. Si tratta di allora di crescere, di accettare i propri limiti connaturati, creaturali, e di viverli con serenità, senza lasciarsi possedere da idioti e superbi afflati salvifico-redentivi. Il ridere non è allora un’ostensione di indifferenza o di disprezzo al male dell’altro, né una reazione contraddittoria e isterica, ma un placebo lecito e anzi catartico, per il prossimo e poi per se stessi.

 

E sì, prima o poi ti capiterà che qualcuno, un ‘sano’, ti guardi negli occhi e con tono di malcelata invidia sentenzi: «Tu sei felice!».

Per tutta risposta, ti verrà da ridere.

Perché, ecco: quella è superficialità.

La mia invece si chiama leggerezza, baby.

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categoria: de vita mea, leggerezza


mercoledì, 25 febbraio 2009

La felicità (sta tutta qui)

Onirico, dolcissimo il ritorno in treno di questa sera.

 

Due stazioni dopo la mia prende posto alla mia sinistra, e sin da subito mi pare tormentato. O forse è semplicemente molto assonnato. Indimenticabile quella posa china, curva, stanca, misteriosamente prostrata, i gomiti poggiati sulle ginocchia e la testa fra le mani, protrattasi per un paio di minuti eppure eterna nella mia memoria. 25 anni, non di più. Dio, quali pensieri puoi mai avere per abbatterti, per piegarti a quel modo? Sforzandomi di provare interesse per il libro che si suppone stia leggendo, lo sbircio discretamente con la coda dell’occhio, godendo di quello scampolo di coperta che è il suo lungo paletot sulla mia coscia. Moro, pallido, fisico asciutto. Belloccio.

Mike MikePoi chiude gli occhi e si adagia sullo schienale, reclinando il capo all’indietro. I contatti, casuali ma non per questo meno veri, si susseguono come fremiti. Ok, hai vinto. Chiudo il libro e provo a emularlo, aderendo al finestrino alla mia destra e puntellandomi la tempia con il pugno chiuso; un’ultima occhiata al buio di là dal vetro, e lascio calare le palpebre. Presto il suo respiro si fa più regolare, più cadenzato e lento, mentre il suo corpo prende a scivolare contro il mio, fino a esercitare una pressione leggera ma costante, decisa, calda. Già dorme al – sul mio fianco. Resto immobile e intanto godo di quell’inatteso, rubato tepore che dalla spalla si diffonde giù fino alla vita e anche più, più sotto… Quanta tenerezza nella sciocca sensazione di sostenere,  insieme al suo peso, anche il suo ignoto fardello, per una qualche proprietà transitiva che scivola quell'empatia fisica nel morale. Solo l’acre sentore alcolico del suo fiato mi infastidisce un poco. Non sarai mica ubriaco, a quest’ora? Ma no, mi dico subito dopo, non può essere che il lascito di un happy hour un poco generoso. Nulla può guastarmi questo momento, questa mezz’ora di veglia in incognito.

 

A un tratto indulgo a un’inspirazione insolitamente profonda, di quelle che interrompono la regolarità del respiro di chi dorme e che – così mi è sempre piaciuto pensare – denotano il fantasma onirico di un’emozione. L’esperimento riesce, e lui risponde immediatamente facendo altrettanto.

È lì che mi sovviene un pensiero, o meglio una subitanea certezza. Ecco, la felicità è questo, sta tutta qui. Tutto mi pare incredibilmente remoto, ovattato, anestetizzato – la mia inesausta irrequietudine in cui giorni fa un amico ha creduto di ravvisare (dandomi non poco su cui riflettere) una blanda “stanchezza di me stesso”, i turbamenti degli ultimi giorni, le fami fugaci o insaziabili, la casualissima e discretissima irruzione nella mia vita di una vecchia conoscenza, il ricovero di R., i sensi di colpa… Tutto lontano, effimero – quello sì – quanto un sogno, smarrito nella dolcezza del ritmico enfiarsi e comprimersi della sua gabbia toracica, nei lievi suoni e movimenti del suo sonno.

Ma proprio quando mi convinco di non poter davvero avere o pretendere di più, oh, il suo collo prende a scivolare lento, piano piano, e la sua testa ciondola verso la mia spalla, sempre più giù, la vedo, la sento scendere, dai, ci siamo quasi… E per una volta non m’importa nulla della gente, della donna seduta davanti a noi che finge noncuranza e però si tradisce con il suo ostentato, deliberato evitare il mio sguardo desto e sornione… Quando, forse per l’allarme di un inveterato e dannatissimo orologio interno, l’approssimarsi della successiva stazione sveglia di botto il ragazzo, che – tenendo gli occhi serrati, per difenderlo dal suo ovvio imbarazzo – sento scostarsi decisamente da me e riprendere contatto con la realtà. Ma tu ti sei ripreso il mio contatto, la mia realtà. Pazienza. Su, ora l’ultimo atto. Prendo a muovermi e fingo di accusare il disturbo dato dal suo spostamento, quindi apro gli occhi e lo osservo di sottecchi.

 

E a quel punto è assolutamente folle il gesto rapido e persino sgraziato con cui lui si schiaccia contro il finestrino, contro di me, con il profilo che arriva a ostruire interamente il mio campo visivo a un palmo dal mio volto, per guardare la stazione fuori, prima di alzarsi con uno scatto e precipitare giù dagli scalini, senza voltarsi.

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mercoledì, 11 febbraio 2009

Ain't no sunshine when He's gone

Mario StefaniFoss’anche che Tu non fossi, non esistessi, e infine venisse all’oscurità che sei solo un mero, crudele miraggio autoallucinatorio prodotto dalla sete di uomini inadeguati alla vita, un fatuo pensiero d’Amore compensante i nostri indicibili vuoti e nulli, un’amorevole idea amata ma non amante, un surrogato ancor più insensato di quell’orrido nonsenso da cui cerchiamo scampo; se, ancora, fossi Tu il creato e non il creatore di chi si crede Tua creatura, il creduto che non crede, un bel sogno incubato per esorcizzare gli incubi e i realissimi demoni (del male non può dubitarsi) che infestano le nostre case e c’invasano, l’utopico Uomo perfetto, l’illusione idolatrica creata da tutti e soprattutto da ciascuno assommando all’infinito tutto ciò di cui siamo, insieme come nell’individuale intimo, ontologicamente privi, la proiezione metafisica di quella chimerica felicità che per un’intera vita cerchiamo senza neppur sapere cosa sia; se, infine e in fine, non fossi nient’altro che un’infida panacea, un trucco atto a ingannar la morte, l’alchimistico mitologico leggendario elisir di lunga vita, il placebo partorito per puntellare esistenze malate cui difetta un verace farmaco, un gioco adulto per tornare a sentirci bambini (sor)vegliati e vezzeggiati e per sempre al sicuro in braccia genitoriali… ecco: se tutto ciò fosse vero e Tu perciò non vero e io lo sapessi come so che morirò e ci credessi, ovvero non credessi, no, credimi, neppure così, nemmeno allora potrei sentirTi più lontano, indifferente e vacuo di quanto Ti sento ora.

 

Forse, tutto sommato, le parole di quella mia amica mi hanno scosso. C’è voluto qualche giorno (come s’è accorta R. – che vede meno cose ma quelle poche le trapassa e scruta come un laser – sono lento, in tutto), poiché sul momento non ho problematizzato né pienamente colto l’obiezione, ma alla fine pare che quella considerazione si sia scavata un varco nelle crepe della mia stolida e ostentata sicurezza fino ad arrivare al cuore.

Com’è possibile che Tu, Dio, cada nella tentazione di satana, dandogli in pasto Giobbe (Gb 1, 6-12; 2, 1-6)? Perché hai permesso, permetti che il demonio infligga ogni sorta di flagello e commetta orridi abomini nei confronti del Tuo irreprensibile servo? E ancora: nel farlo sei crudele oppure semplicemente, terribilmente indifferente?

A dire il vero, peraltro, non sono affatto certo che l’inquietudine degli ultimi giorni derivi da questo, dal risuonare in me di quella domanda. A terrorizzarmi davvero non è poi il dilagare del male nel mondo, come nel caso della mia amica, in quanto trovo che la libertà umana tale non sarebbe se non fosse declinabile in negativo proprio come lo è in positivo, e che il muto Tuo consentire non sia necessariamente prova di impotenza, disinteresse o complicità; è, questa, la vecchia immagine del Padre padrone, del despota giustiziere il quale, a ben pensarci, sarebbe assai più antropomorfo di quel Dio-Amore per cui la mia cara amica fatica a riconoscerTi. Non, non è vero che è stato l’uomo a ‘inventare’ l’amore e che Tu hai dovuto incarnarTi e farTi Uomo per divenire Tu Stesso ‘migliore’, “più perfetto” di quell’entità astratta e sola e temuta che eri prima. Questo, fossi pure io a peccare di superficialità e a difettare di un discernimento realmente emancipato e critico, non mi fa problema.

Ad angosciarmi è piuttosto il Tuo, almeno apparente, silenzio nei nostri cuori, il Tuo disertare la «terra deserta, arida, senz’acqua» del nostro spirito e della nostra carne. Non mi manca l’olimpico Zeus scagliasaette, ma una voce calda e costante che soffi sull’anima; ma potrei dire anche che provo una più fisica nostalgia del Te Incarnato, di Gesù, del Cristo, di un Figlio dell’Uomo che cammini e insegni e ami sulla stessa polverosa e sozza terra in cui anch’io cammino, mi sforzo di imparare e mi provo di amare. Non un freddo giudice che deliberi e proibisca (o punisca) dall’alto dei cieli, ma Qualcuno che sia qui con noi sempre, su cui posare il capo per riprenderci dalle fatiche del vivere quotidiano. Sì, un teologo ortodosso mi parlerebbe qui di Eucaristia, di Spirito Santo, di comunione spirituale e, probabilmente, anche del prossimo; ma non è questo che intendo, ciò di cui avverto la lancinante necessità. E non mi persuade in alcun modo la quasi consapevolezza che per me non cambierebbe nulla, che con ogni probabilità sarei – tendenzialmente più sul versante pilatesco, se mi conosco abbastanza – uno dei Tuoi tanti, increduli, farisaici assassini.

 Paolo Troilo

Folle il paradosso psico-teologico che mi porto dentro da tanto tempo a questa parte. Da un canto non ho mai dubitato, persino non mi è mai stato dato di dubitare della Tua verità ed esistenza. Credere, per me, è sempre stato come respirare: non una scelta consapevole, ma un dato oggettivo e non incrinabile – un dono e una grazia, direbbe un sacerdote. Non l’ho deciso io, mai, né potrei addurre prove di sorta, né è mai accaduto nulla di straordinario o di speciale nella mia vita… anzi: eppure, nonostante questo e molto altro, io so che Tu ci sei – e che la morte non esiste.

D’altro canto avvertire, sentire la Tua presenza è sempre stato, per converso, terribilmente difficile, arduo, per lunghi tratti impossibile. Un po’ come sapere che qualcuno che amiamo vive ed è là, disperso nel mondo, da qualche parte, e al contempo non avere idea di come rintracciarlo.

Dove, dove sei… Tu?

 

Ho ancora in testa le parole di lui, quando ha detto che ha deciso di prendere in mano la sua vita e di cambiarla. Lo sta facendo veramente. E un rinnovamento deliberato è sempre in meglio, perché – si sia o meno nel giusto – attuato per fare ciò che si ritiene essere il proprio bene.

Io, invece, mi sono sempre lasciato cambiare dalla vita, più o meno incurante dell’esito.

Un alibi perfetto per disconoscere la paternità dei miei problemi.

 

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4 mesi di silenzio… per poi ricascarci di nuovo.

Tempo fa ben due utenti (Anonima bresciana e un altro ancor più anonimo), che spero ripassino di qui, hanno pubblicato un commento a Desideri rilevando la cronica mancanza di leggerezza che affligge il mio blog. Forse i più bei commenti mai ricevuti.

Devo ammetterlo: in qualche sottile piega della mia coscienza – non so perché – si celava il pensiero che, quando fossi tornato a scrivere qui, avrei un po’ mostrato e un po’ ritrovato una persona diversa, ma… ecco, l’ho fatto di nuovo.

L’ho scritto qui sopra, sono lento.

Non posso promettere nulla…

...ma ci proverò, ragazzi.

Grazie.

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categoria: de vita mea, animessaggi


domenica, 12 ottobre 2008

Desideri

La mia latitanza delle ultime settimane non ha nulla a che fare con il post precedente (Fallimenti). In realtà sono stato completamente assorbito da un altro progetto – che peraltro, nota a margine, non potrei esattamente definire un successo. Ma non importa.

È un altro il problema, anzi il dilemma in cui mi imbatto ora. In breve, mi sto smarrendo fra i miei desideri – il mio atavico desiderio – e quelli degli altri.

 

Tomasz Rut, DesiderioQuanto al primo, non c’è molto da dire che già non sia emerso nei precedenti post di questo blog. È un pensiero che mi sottrae energie e lucidità, che compromette il mio essere pienamente libero, padrone di me stesso e sereno. «Lascia tutto e tutto troverai: rinuncia ai desideri e troverai la pace», recita un passo de L’imitazione di Cristo. L’esatto opposto della provocatoria filosofia soggiacente a un celebre aforisma di Wilde: «The only way to get rid of a temptation is to yield to it» – “L’unico modo per sbarazzarsi di una tentazione è cedervi”. Senz’altro mi trovo più in sintonia con il primo, eppure sta di fatto che non sono un monaco; senza contare che in genere l’atarassia (in genere più pretesa che effettiva) è vizio da ignavi, oppure da volpi che non seppero raggiunger l’uva.

Chiaro, poi, che l’intendimento dell’autore de L’imitazione – non c’è citazione che non travisi la fonte – era ben diverso e più complesso: egli alludeva infatti non tanto a una rinuncia, quanto piuttosto a un guadagno – alla ricerca e alla soddisfazione della sete che annulla tutte le altre. Perché è ovvio che, in sé stessa, se priva di vocazione, l’automortificazione non può che esitare nel suo opposto, ovvero nella bulimia.

La solitudine mi pesa: questo il nocciolo della questione. E il continuo pensare a quanto, a chi non ho è una perenne fonte di distrazione che in qualche misura mi perde, mi allontana dal vero me stesso. Perché quella che desidero, non avendo volto, è fondamentalmente un’ombra, un sogno, una chimera; e ho la sensazione che, finché persevererò (ancorché mio malgrado) nel seguire un fantasma, io stesso vi assomiglierò viepiù. Eppure è inevitabile che i nostri desideri ci determino sottilmente, dunque non riesco a pormi un freno: anche se non voglio, io lo voglio (cfr. Rm 7, 14-25). Dio potrebbe trasformare il mio cuore, sì, e anch’io lo vorrei, ma vorrei anche dell’altro, un altro, e così sono io a impedirglielo. Non che la mia volontà e il progetto di Dio siano necessariamente in conflitto: il punto è che in genere sono tanto concentrato sui miei desiderata da ignorare i Suoi disegni, e quest’impasse mi preclude progressi di sorta.

 

E poi ci sono gli altri. Più mi guardo attorno e più sento le grida di scoramento, dolore e rabbia di un’umanità per certi versi bambina, allo sbando, bisognosa di compagnia, solidarietà e rassicurazione. Ognuno ha problemi, a volte davvero spaventosi – per non dire devastanti; ciascuno ha delle necessità, a cominciare da quella di essere ascoltato. Vicini o lontani che siano, in questo periodo sto attirando – senza domandarlo in alcun modo – sfoghi e mezze confessioni. Non ho nulla da offrire se non le mie orecchie e il mio cuore, e li cedo, anche se non sempre di buon grado, anzi reprimendo, talora, l’impulso e la voglia di estroiettare, di liberarmi a mia volta. Ma non tutte le storie possono venire comprese; né tutte possono essere raccontate. In quei frangenti non mi abbandona mai la consapevolezza di non essere all’altezza del momento: per quanto sappia che l’altro non chiede nulla se non di essere ascoltato, un sincero afflato di carità nonché – diciamolo – un pizzico di vanità mi spingono a pretendere da me stesso interventi incisivi che poi, ovviamente, non trovo mai. Grande è il dono di umanità e di vita che eredito da questi colloqui, eppure esso finisce per accrescere la mia personale e segretissima collezione di esistenziali e irrispondibili perché. In altre parole non solo non sono d’aiuto agli altri, ma si addensa la mia stessa confusione. Le mie spalle non sono poi così larghe come la gente pare credere: o forse sì, invece lo sono, ma l'egoistico desiderio di avere anch'io una maschia spalla su cui posare il capo mi nega – vedendosi minacciato  – ogni forza.

Ecco, allora, in che senso i desideri, i problemi degli altri contribuiscono a smarrirmi: nel bene o nel male mi sottraggono tempo per riflettere, per schiarirmi le idee, per fare ordine nel caos psicologico in cui verso. E mentre quest’ultimo s’aggrava, il mio anelito al silenzio e alla meditazione ne esce tanto più frustrato.

 

Ormai non solo non vedo Gesù nel mio prossimo – il che non mi stupisce, perché mai vi sono riuscito – ma neppure Lo trovo più nella mia anima, in cui un tempo m’accadeva di sentirLo parlare e pregare.

Reagire? È chiaro che non posso chiudermi agli altri, ora che sembrano trovarsi a loro agio nel parlare con me; il fronte su cui lavorare, in cui serbare le energie e chiudere recisamente il rubinetto è semmai quello dei miei desideri, delle mie derive psico-ego-maniacali. Già. È. Sarebbe.

 

Mio Dio, pensaci su.

Pensami, Tu.

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lunedì, 22 settembre 2008

Fallimenti

È inutile che me lo nasconda: l’esperimento di questo blog si sta rivelando fallimentare. Quattro mesi fa lo aprii confusamente, senza sapere bene cosa volessi farne e cosa sarebbe diventato, ma almeno un obiettivo mi era più che mai chiaro: proiettarmi all’esterno, usare la Rete per entrare in contatto con altre persone, creare legami, rapporti, amicizie. E una persona, un’amica speciale (la mia sistAr cecilia2day) l’ho conosciuta per davvero. Non ho dubbi che ne sia valsa – e che ne valga, perché ancora non intenzione di chiudere i battenti, non ancora almeno – la pena, non foss’altro perché ho trovato lei. E poi costringersi a scrivere con periodicità, anche minima, è un’ottima palestra introspettiva, aiuta a riflettere su se stessi e sulla propria vita. Eppure un occhietto al riscontro conseguito, ai contatti ottenuti, alle statistiche di accesso è pur sempre dovuto – perché un blog soliloquiale, diciamocelo, non avrebbe alcun senso; e se è vero che forse quattro mesi sono un tempo troppo ristretto per fare bilanci, pure non ho ragionevoli motivi per aspettarmi che le cose possano cambiare in quelli a venire.

Google analytics (ma avrei anche potuto farne a meno) è spietatamente crudo: una sola lettrice/commentatrice abituale e, per il resto, una “frequenza di rimbalzo” stellare. In pratica, chi capita qui s’invola dopo aver letto appena qualche riga.

Sarà che il mio stile riesce pretenzioso; sarà che i temi trattati risultano pesanti; sarà che un ‘teogay’ appare figura bizzarra e ben poco attraente. Insomma, fatto sta che – per dirla terra terra – non mi fila nessuno. Il che – per dirla tutta – è ben poco incoraggiante e non può non farmi riflettere. Lungi da me, però, i toni delusi o recriminatori: se quanto scrivo non piace non è affatto ‘colpa’ dei lettori, prova di una loro presunta insensibilità o addirittura estraneità rispetto a ciò che invece fa vibrare le mie corde. Assolutamente no: semmai la responsabilità è mia, interamente. Evidentemente non riesco a ‘passare’, a comunicarmi agli altri, a entrare in sintonia con loro, a dire le cose nel modo più idoneo e diretto (toh, che sorpresa…). Mi dispiace, tanto.

Sì, posso anche continuare in aeternum a scrivere i miei animessaggi, ma Nostro Signore non è un visitatore che possa lasciarmi un commento o un pensiero; ho comunque bisogno di un prossimo che sappia ascoltarmi, intendermi e magari correggermi, e che al contempo voglia essere ascoltato e compreso. Qui tutto è virtuale, certo, ma questo non ha impedito che cecila2day diventasse per me Cecilia, una ragazza in carne e ossa, un volto, una persona da conoscere e di cui scoprire l’infinita bellezza. Trattasi però di un’eccezione relativa, tutto sommato: ho l’impressione, infatti, che solo la particolare affinità che più volte mi è parso di cogliere fra noi possa spiegare l’amicizia privilegiata – posso dirlo, Cecilia, o ti sembra eccessivo e/o prematuro? – instauratasi fra noi.

Probabilmente dovrei tentare di rinnovarmi, di cambiare pelle, di farmi più accattivante: chissà, magari potrei pure riuscirci, ma poi sarei ancora io? Che senso avrebbe trovare gli altri (ammesso e non concesso di riuscirci), se nel farlo poi perdessi me stesso?

Su tutto questo dovrò riflettere.

Tuttavia oso sperare che, almeno nell’(A)ma-tematica divina, questo blog non sia computato quale un fallimento.

 

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Padre, non sto combinando nulla. Qui come, più in generale, nella mia vita. E ciò mi terrorizza. Cristo fu un perdente, sì, ma nel perderSi ci guadagnò alla salvezza. Io non posso salvare nessuno, neppure me stesso, perciò non c'è alcun profitto nelle mie quotidiane sconfitte.

Dio, quanto spreco dentro e intorno a me.

postato da Avgvst alle ore 15:48 | Permalink | commenti (9) / commenti (9) (pop-up)
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Utente: Avgvst
Un giovane credente, un credente giovane. Cristiano cattolico. E omosessuale. No, non è un ossimoro...
...bentrovato, chiunque tu sia: è dall'aurora che ti cerco. Questo è il mio blog, il blog di un'anima. Ora che ti ho trovato non fuggirai subito subito, vero? Ricorda che un tuo commento o un messaggio sarà molto gradito! Ti auguro buona ricerca e buona vita.
Vale, anima.


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