Anch’io, come Giacobbe/Israele, lotto solo a Solo con Te (Gen 32, 25-33).
Eppure con lui lottasti un’unica notte, a me è da tempo immemore che non concedi tregua. Eppure a lui desti il colpo di Grazia, slogandogli l’articolazione del femore; a me no, non ancora. Eppure a lui desti di comprendere che avrebbe vinto qualora da Te si fosse lasciato avvincere, a me no, non più. Eppure a lui domandasti il suo nome, per dargliene uno affatto nuovo ed eterno; a me no, non mai. Eppure a lui, pur non rivelando il Tuo nome, concedesti la tanto sofferta e sospirata benedizione; per converso a me donasti fin dall’infanzia il Verbo, Tuo Figlio, ma non quella parola soltanto che salva. Eppure Giobbe/Israele ebbe un luogo da chiamare e commemorare, Penuel, perché ti aveva visto faccia a faccia e tuttavia aveva avuto salva la vita; io non ho dove andare, né una vita da proclamare salvata, né un volto celeste e terribile da guardare a rischio della morte. Né me come lui azzoppasti, segno di carissima predilezione, di quel solo amore che è debole fino all’invincibile.
Sono esausto. Ormai non discerno nemmeno più chi muova guerra a chi. Continuo a lottare, a (di)battermi, ancorché consapevole che a uscirne devastato sarò ancora e sempre io. Non voglio vincere, non c’è traccia di Ύβρις in me: è solo amore ciò per cui grido e mordo, scrutami – lo sai. Fino a quando, per quanto ancora, mio Signore?
Un'ultima cosa, prima di ingaggiare di nuovo battaglia. Se e quando spunterà l’alba, posto di sopravvivere fino ad allora, allorché mi chiederai di lasciarTi andare non Ti domanderò a mia volta di benedirmi, no. Piuttosto “Non ti lascerò, se non mi avrai amato e dato di amare!” sarà la mia risposta. Questo desidero e nient’altro, scrutami – lo sai.
Signore, mi ami Tu quanto costoro?
Quello che si dice un uomo “di parola”…
L’altro giorno sono stato in una scuola di fotografia per un colloquio di lav… ehm, di tirocinio (proposta: debelliamo dal vocabolario italiano il forestierismo ‘stage’, potrebbe già essere un primo passo verso un mondo lavorativo più civile). Posizione: segreteria didattica. Non che io sia disoccupato, ma il mio lavoro attuale:
Il mio arrivo in loco è da manuale, con 5 calcolatissimi ma disinvolti minuti di anticipo. La segretaria mi annuncia per telefono, mi avvisa che dovrò attendere un po’ e mi fa accomodare su un divano ad angolo incassato in una nicchia della parete, proprio di fronte al suo bancone. Una rapida occhiata al tavolino centrale mi getta nello sconforto: almeno una quindicina di riviste di moda, nient’altro. Lasciar trapelare la mia sufficienza sarebbe un errore, così frugo con finto interesse nella catasta di Vogue, Elle, Top girl e via dicendo, risolvendomi infine ad aprirne uno a caso. La fortuna è dalla mia parte: fra tante sciocchezze e foto patinate – sfido chiunque mi pensasse maschilista a sfogliarle – mi imbatto in un’intervista a Paolo Giordano, promettente autore de La solitudine dei numeri primi; la leggo con sincero interesse, tanto da ripromettermi di procurarmi il romanzo. Infine poso la rivista e comincio a guardarmi intorno, incrociando più volte lo sguardo della segretaria e controllando deliberatamente l’orologio – sarà anche sgarbato, ma io ho preso mezza giornata di ferie e desidero ricevere la medesima, cortese attenzione di cui ho dato prova. Intanto la tipa un po’ risponde al telefono, un po’ chiacchiera con una collega basculante che fa avanti e indietro. Dopo un paio di battute (fatte a spese di una romana che, al telefono, si è dichiarata “appena sveglia” – sono le 10.00 passate di un giorno feriale) mi guarda con intenzione, al che l’accontento con un sorriso di circostanza. Finalmente sono ricevuto, con 20 minuti di ritardo. Lascio la mia stizza sulle riviste, ringrazio (di cosa?!?) e salgo, subito imbattendomi nella mia potenziale predecessora: seguono presentazione e convenevoli, quindi guadagniamo la scrivania del direttore.
Non ho molto da dire sul colloquio, se non che, formalità a parte (i miei timidi conati di distensione non trovano alcuna complicità), nella mia esperienza non ha precedenti quanto a fluidità e buoni auspici. Il direttore, sul cui desco ristanno il mio CV e l’e-mail di presentazione (non solo stampati ma addirittura segnati da sottolineature e annotazioni: non credo ai miei occhi!), mostra di aver letto davvero la mia candidatura: ciò compensa ampiamente l’attesa, così mi rimprovero per il sottaciuto disappunto provato prima. Urbano e facondo, il mio papabile capo evidenzia più volte la coerenza tra il mio attuale impiego e quello lì vacante, manifestando una compita soddisfazione, un entusiasmo risoluto che mi lusingano non poco, al punto da congedarmi, da ultimo, con le seguenti, testuali parole “Oggi ho ancora un paio di colloqui, comunque la richiameremo sicuramente, domani, in tarda mattinata”. Già, le ultime parole famose. Ma io me ne vado contentissimo e galvanizzato, rispondendo ai molteplici e promettenti “arrivederci” delle impiegate (l’ingenuità è pericolosa, se non mi do una svegliata finirò sbranato).
L’offerta rivoltami non può dirsi eccezionale, anzi implicherebbe un netto regresso rispetto al mio attuale status, eppure le prospettive non mancano: così cammino per strada più leggero che mai, contento per il solo fatto di aver ricevuto una considerazione assolutamente inedita – e sì che le occasioni, i colloqui non sono mancati.
Ho raccontato tutto questo per arrivare a una conclusione che adesso suona desolatamente ovvia: il telefono non ha più squillato. Improbabile che mi ricontattino settimana prossima, delle due l’una: o dopo di me si è presentato un candidato ancora più idoneo, oppure il direttore si è preso gioco di me. Ma perché mai avrebbe dovuto farlo?
A dirla tutta, poi – e davvero non lo dico per ripicca, mi si creda – mi ero già preparato a rifiutare la proposta, s’intende con tutta l’affabilità del caso; ciononostante ho un orgoglio ferito con cui fare i conti, e la delusione è sempre una gran brutta bestia.
In tutto ciò le consolazioni sono almeno due:
Ne Il testamento del cardinale, un gran bell’articolo pubblicato su la Repubblica di ieri, il giornalista Marco Politi tratta – con evidente simpatia, ma come biasimarlo? – dell’ultimo libro-intervista di Carlo Maria Martini, appena edito in Germania da Herder. I Colloqui notturni a Gerusalemme – questo il titolo – nascono da un dialogo spirituale fra il cardinale e il gesuita austriaco Georg Sporschill, e presentano quell’avveduta freschezza che, si può dire, ha sempre caratterizzato il pensiero e la parola di Martini: questi «confessa di essere stato anche in conflitto con Dio, elogia Martin Lutero, esorta la Chiesa al coraggio di riformarsi, a non allontanarsi dal Concilio e a non temere di confrontarsi con i giovani. Un vescovo, rammenta, deve anche osare […]».
L’ex arcivescovo di Milano non retrocede davanti a nessuna delle più attuali e scottanti questioni sociali o etiche, ma di ciascuna sa proporre una lettura acuta e mai elusiva. Ad esempio confessa di essere stato a lungo inquietato dai problemi della sofferenza e della morte, persino da vescovo, per poi capire che «senza la morte non potremmo darci totalmente a Dio. Ci terremmo aperte delle uscite di sicurezza». E ora se avesse modo di parlare con Gesù gli domanderebbe «se mi ama nonostante le mie debolezze e i miei errori e se mi viene a prendere nella morte, se mi accoglierà».
E l’Aldilà? L’Inferno c’è, dice Martini, «eppure ho la speranza che Dio alla fine salvi tutti». Quanto agli Hitler della storia, ai pedofili e agli assassini, il Purgatorio potrebbe essere l’ultima e salvifica mano che Dio tende loro: «Anche se tu hai prodotto tanto inferno (sulla terra) forse dopo la morte esiste ancora un luogo dove puoi essere guarito».
Martini ha cessato, come faceva un tempo, di sognare una Chiesa diversa, «nella povertà e nell’umiltà, che non dipende dalle potenze di questo mondo», «che concede spazio alla gente che pensa più in là», «che dà coraggio, specialmente a chi si sente piccolo o peccatore», «giovane»: «Dopo i 75 anni ho deciso di pregare per la Chiesa». Chiaramente allude alla vera e unica preghiera, quella in cui l’orazione a Dio e l’azione da Lui ispirata si compenetrano fino a confondersi: puntare le dita è tanto facile quanto inutile e deleterio; per converso il credente punta il (e al) cuore, “ci sta”, sa guardare con speranza alla meta senza maledire, anzi amando il tragitto che porta a essa.
Apertissimo si mostra sulla questione sacerdotale: «La Chiesa dovrà farsi venire qualche idea. La possibilità di ordinare viri probati (cioè uomini sposati di provata fede, ndr) va discussa”. E, conclude Politi, «persino il sacerdozio femminile non lo spaventa».
Pacato ma recettivo si mostra anche sul tema della sessualità.
«A quarant’anni dall’enciclica (la Humanae Vitae, ndb – nota del blogger), dice Martini, si potrebbe dare un “nuovo sguardo” alla materia. Perché la Bibbia, ricorda, è molto sobria nelle questioni sessuali. Assai netta è soltanto nel condannare chi irrompe, distruggendo, in un matrimonio altrui. Chi dirige la Chiesa, sottolinea, oggi può “indicare una via migliore dell’Humanae Vitae”. Il Papa potrebbe scrivere una nuova enciclica. E l’omosessualità? Il porporato ricorda le dure parole della Bibbia, ma rammenta anche le pratiche sessuali degradanti dell’antichità. Poi aggiunge delicatamente: “Tra i miei conoscenti ci sono coppie omosessuali, uomini molto stimati e sociali. Non mi è stato mai domandato né mi sarebbe venuto in mente di condannarli”. Troppe volte, soggiunge, la Chiesa si è mostrata insensibile, specie verso i giovani in questa condizione».
Grazie.
Ancora: «“Dio non è cattolico”, era solita esclamare Madre Teresa. “Non puoi rendere cattolico Dio”, scandisce Martini. Certamente gli uomini hanno bisogno di regole e confini, ma Dio è al di là delle frontiere che vengono erette. “Ci servono nella vita, ma non dobbiamo confonderle con Dio, il cui cuore è sempre più largo”. Dio non si lascia addomesticare».
Infine il cardinale ricorda come sia imprescindibile, nella nostra epoca, il dialogo interreligioso, ed esorta all’accoglienza verso tutti, siano essi atei, di diverso credo o cristiani. Riferendosi a chi professa un’altra fede, poi: «Lasciati invitare a una preghiera con lui – suggerisce con mitezza Martini – portalo una volta a un tuo rito. Ciò non ti allontanerà dal cristianesimo, approfondirà al contrario il tuo essere cristiano. Non avere paura dell’estraneo».
Impossibile non pensare all’Islam; e allora ecco tre indicazioni, riassunte da Politi: «Abbattere i pregiudizi e l’immagine del nemico, perché i terroristi non possono davvero fondarsi sul Corano. Studiare le differenze. Infine avvicinarsi nella pratica della giustizia, perché l’Islam in ultima istanza è una religione figlia del Cristianesimo così come il Cristianesimo è figliato dal Giudaismo». Peraltro, partendo dal “comandamento nuovo” (la cui più fedele traduzione è in realtà «Ama il tuo prossimo perché è come te»), il noto biblista evidenzia l’universalità teologica dei concetti di giustizia e d’amore, citando la sura seconda…
Pare che ora Martini sia tornato in Lombardia, «fiaccato dal Parkinson» annota Politi.
Bellissima questa sua riflessione: «Possiamo anche lottare con Dio come Giacobbe, dubitare e dibatterci come Giobbe, rattristarci come Gesù e le sue amiche Marta e Maria. Anche questi sono sentieri che portano a Dio».
Sia detto senza intenzione alcuna di critica a Benedetto XVI (uomini diversi, crismi diversi), e sia perdonata la mia presunzione progettuale, la mia nostalgia per un fantatempo parallelo e ormai irrealizzabile: che grande Papa sarebbe stato.
P.S. L'intero articolo è scaricabile qui (formato pdf).
"O Dio, tu sei il mio Dio, all'aurora ti cerco,
di te ha sete l'anima mia,
a te anela la mia carne,
come terra deserta,
arida, senz'acqua".
Sono i primi versi del bellissimo Salmo 63 (per inciso, qualcuno si è mai accorto che il Salterio contiene alcune fra le più belle poesie mai scritte?), che esprime magnificamente la sete, la nostalgia ontologica che la creatura ha del proprio Creatore. Credo che proprio da quell'afflato originario, consapevolmente o meno, derivi ogni più profonda aspirazione e ogni più vera ricerca dell'uomo - incluse le mie.
Non amo le dichiarazioni programmatiche, dunque non inaugurerò questo blog con una tediosa intenzione autoriale. Peraltro - trattandosi della mia prima esperienza da blogger - non so neppure quanto sarò diligente e costante nel suo aggiornamento, se diverrà un'attività fissa o se rimarrà il diversivo di qualche giorno. Del resto non interessa saperlo, a voi (...ma ci siete davvero?) meno che a me. Mi rendo conto, però, che l'incipit può ben prestarsi a interpretazioni non poco impegnative: ebbene, fugherò allora ogni timore (in primis i miei) precisando che io stesso ignoro l'esatto progetto - ammesso poi che ce ne sia uno - che mi frulla in testa. Sono qui proprio per scoprirlo... e qui torniamo al discorso dell'intima ricerca di noi stessi, come dire di Dio.
Buona ricerca a tutti noi!
P.S. Forse è innecessario scriverlo ma - che volete farci! - su alcune cose (solo su alcune cose, eh! ;) sono un tipo all'antica: commenti e critiche, purché non volgari o sciocchi, saranno sempre i benvenuti :)