Nella mia ingenua presunzione avevo creduto, con questo blog, di volerTi e poterTi rendere testimonianza, ma anche a prescindere dai sotterranei, violenti moti centrifughi del mio animo ho ormai compreso quanto sciocca sia stata la mia velleità. No, io non ne sono all’altezza, né comunque potrei, a ben vedere: Tu solo, semmai, potresti compiacerTi di servirTi di me, testimoniando Te stesso attraverso me per poi, un domani, degnarTi di non rinnegarmi, di riconoscermi alla Tua Corte celeste, così testimoniando me attraverso Te. Chiaro: se lo volessi, se mi vorrai – nonostante tutto. Ma allora chi o cosa testimonio io, qui?
Non so trovare un luogo da poter chiamare casa mia, dimore la cui soglia sembri dare il benvenuto al vero me. Due famiglie, due dinastie si contendono i miei brani: ecco, sono una novella Verona devastata dal secolare dissidio dei Montecchi e dei Capuleti. Povero Romeo, che credette morta la sua ancor viva vita e per ritrovarla di là la perse proprio dove lo aspettava; e Giulietta, oh angelo, che non potendo più unirsi a lui nella carne lo fece nel sangue. Così anche nel loro amore l’odio dei rispettivi casati seppe infine armarli l’una contro l’altro, giacché lui perì d’un gemello maligno del veleno di lei e lei del pugnale di lui: ma se l’amore odiato li divise, l’odio a(r)mato li unì poi in eterno.
Eppure Shakespeare non terminò la storia, non la raccontò tutta. Perché i lombi dei Montecchi e i fianchi dei Capuleti generarono un figlio, un meticcio, un bastardo, un Capulecchi-Montuleti: eccomi. Ed ecco cosa racconto qui, Signore, ecco cosa testimonio per e (spero) con Te: la mia Verona. Di più non so fare.
Così mi sento: estraneo agli uni e inviso agli altri, bersaglio dei loro pugnali e veleni, disconosciuto e rinnegato, disa(r)mato. E mio malgrado – cosa per la quale a volte mi detesto – alla fine non trovo altra soluzione che un camaleontico trasformismo, via maestra per una duplice ma costosa benevolenza: essere un Montecchi con i Montecchi e un Capuleti con i Capuleti; e se qualcuno osasse per questo biasimarmi – privilegio che riservo a me soltanto – delle due l’una: o non conosce la solitudine, o l’ha conosciuta tanto da finire per impersonarla. E comunque invero non tradisco che me stesso: quando ne ho occasione tento di gettare acqua sul fuoco dell’astio, giammai lo alimento. Forse un figlio può parlar male del padre davanti alla propria madre o viceversa? Però detesto questa spola bifasica, mi fa sentire ipocrita. No, lo so, Tu non mi biasimi: hai avuto anche Tu
Se Ti chiamo, Paraclito, è perché me stesso, in definitiva, non posso esserlo mai: come dire che non posso essere tout court. Se sapessero della mia natura ibrida, eccettuate rare eccezioni, i pii e benpensanti Capuleti griderebbero al Montecchi e, magari riversandomi addosso la loro pietas, la loro compassata compassione, si studierebbero di mettermi in catene – per non doversi vergognare di me, per non permettermi di dare scandalo, si capisce. E i briosi, agguerriti, velenosi Montecchi? Discernendo in me un Capuleti mi vomiterebbero contro tutto il disprezzo, l’inesausta pena patiti a causa di quel nome; loro non si vergognerebbero: mi svergognerebbero. Dio mio, non voglio, non permettermi di giudicare nessuno, neppure me stesso, ma vedi anche tu come il Serpe s’insinua, si contorce, insidia i calcagni dei Tuoi figli…? «Ipsa conteret caput tvvm» – «Ella ti schiaccerà la testa» (Genesi 3, 15): guarda che ci conto, e anzi ti prego di ricordarlo a Tua madre.
Non voglio farmi terra bruciata intorno, ma una buona volta vorrei anche cessare di domandarmi chi io sia, quale sangue mi scorra nelle vene, a chi appartenga; non voglio ferirTi (so che ti chiami “geloso”, è biblico!), ma neppure mentirTi: ora come ora la risposta “Tuo”, il tuo divino “Mio” non mi basta. Di me stesso non posso essere, perché fuor di metaforici individualismi non vivo da me, non mi nutro di me, non basto a me stesso; e però nessuno mostra di volermi così come sono, senza porre condizioni. Sì, Tu sì, lo so, ma in questo momento non sei cosa intendo: sai cosa intendo…
Se posso permettermi, Signore, è Tua la parabola della pecorella smarrita: che se non poteva vivere senza il suo pastore, non poteva farlo nemmeno senza il suo gregge; e a questo, infatti, lui la ricondusse. Qual è il mio gregge? Non che io ami particolarmente belare e brucare l’erba in branco, oh no, ma se ne avessi uno sarei una preda meno facile per i lupi che si aggirano fuori e dentro… Sai cosa, ancora? A volte mi vien fatto di pensare d’essere un lupo che si crede pecora, che pecora vuol essere. Certo non sarà più mostruoso d’un Montecchi che si crede Capuleti, o viceversa, no?
E poi c’è questo: che la notte ululo non alla luna, bensì a Te. Con la speranza di riuscire prima o poi a percepire, fra le eco riverberanti, una risposta.
Con tutta la nessuna fede che ho.
Ciao, Dio.
Roba da non credere: ieri cecilia2day ha ritenuto di annoverarmi nella sua personale classifica dei sette blog "brillanti" (leggi qui), ossia meritevoli di ricevere il Premio Brillante Weblog 2008... Non sum dignus: tutto si può dire del mio blog, temo, fuorché che sia brillante! Comunque grazie di cuore, Cecilia.
Ecco il regolamento del Premio:
"Brillante Weblog viene assegnato a siti e blog che risaltano per la loro brillantezza sia nei temi che nel design e il suo scopo è di promuovere tutti nella blogosfera mondiale.
- Al ricevimento del premio, bisogna scrivere un post mostrando il premio e citare il nome di chi ti ha premiato mostrando il link del suo blog.
- Scegli un minimo di 7 blog (o di più) che credi siano brillanti nei loro temi o nel loro design. Esibisci il loro nome e il loro link e avvisali che hanno ottenuto il Premio Brillante Weblog.
- (Facoltativo) Esibire la foto (il profilo) di chi ti ha premiato e di chi viene premiato nel tuo blog".
Dura fare le mie nomination, soprattutto perché non saprei menzionare sette blog: ho a malapena il tempo di scrivere le mie Riparanoie, figuriamoci se me ne resta per leggere quelle altrui… e – mi si creda – non è una battuta!
A costo di infrangere le regole, dunque, mi limiterò a citarne un paio che mi è capitato di visitare con una qualche frequenza:
1. La Sala da Thè, di cecilia2day. A questo punto parrà un gesto di compiacenza, lo so, ma provate a sospendere i pregiudizi e date un’occhiata al blog. È lo stile di Cecilia che vorrei premiare: personale, originale, graffiante, acrobatico… davvero brillante, insomma.
2. Ioduepuntozero, di Paul Denton: perché il suo post “Male da morire” del 6 giugno ’08 mi ha toccato l’anima.
Come ogni tanto mi capita di fare, ieri ho trascorso un’oretta in compagnia di mio nonno – abita proprio sotto casa mia. Salvo capatine di routine nell’orto o alla chiesetta del paese è sempre in casa e so bene quanto gli faccia piacere ricevere visite, anche se brevi. È un’abitudine che ho mutuato da mia madre: anche se non fuma più da anni, mio nonno conserva sempre un pacchetto di sigarette per la figlia e il nipote tabagisti, ed è ormai tradizione – quando sono a casa – scendere da lui dopo pranzo per una fumata e una chiacchierata.
Il punto è che ieri l’ho trovato davvero male. Ha quasi 90 anni, d’accordo, eppure finora non ha mai perso né la sua lucidità né la sua propensione alla più attiva vita contadina. È chiaro che la senilità lo ha cambiato: il crescere dei dispiaceri e degli acciacchi lo ha reso progressivamente più sedentario, più stanco, più aggravato. Ma la semplice serenità e la cieca fede che sempre lo hanno accompagnato non le ha perse, no, né può più accadere: da un pezzo ha superato la prova dell’età.
Non è tanto per gli ormai frequentissimi malanni che l’ho trovato male, ma per i discorsi che faceva. Discorsi non nuovi peraltro, ma che adesso mi sembra stiano occupando la sua mente in misura inedita. Il pensiero che la massima parte della sua vita sia già alle sue spalle, e che poco o nulla gli resti davanti; la considerazione che il numero delle persone che lo aspettano “di là” abbia superato da tempo quello dei cari che ha ancora “qui”; il desiderio di ricongiungersi a sua moglie, ai suoi figli, ai suoi fratelli; il timore di cadere vittima di una malattia invalidante che lo renda dipendente e “di peso” per la famiglia…
Non c’era amarezza alcuna nelle sue parole, solo la quiete propria di quelle constatazioni che suonano banali perché troppo vere. Perché, allora, ho scritto di averlo trovato “male”? In realtà credo che quel male sussista esclusivamente nella percezione che ho avuto di lui e delle sue parole, e niente affatto nella sua persona. Non è malato né depresso; è vecchio, tutto qui. E riconoscerlo per la prima vera volta, così d’un tratto, sentirlo nei vibrati e nelle eco della sua anima, mi inquieta. Non è dolore il mio, non solo almeno; non è paura proiettiva (bando agli stolidi psicanalismi da quattro soldi), né è timore d’abbandono. Piuttosto è una sbigottita presa d’atto dell’inevitabile scorrere del tempo: a immalinconirmi non è l’idea della morte di mio nonno, ma il suo deperimento; è come se un’immagine di lui poco a poco si stesse sovrapponendo alla precedente, a me nota e cara, fino a cancellarla. E so bene che è un processo in atto da mesi, da anni, per lui, per me e per chiunque altro, ma ciò non toglie che questa epifania, ora toccata con mano, mi tocchi nel profondo.
Non solo il tempo passa. Anche le persone tramontano.
È da una vita che mi domando il senso di tutto questo. Beh, proprio da una vita forse no, ma almeno i miei ultimi 10 anni sono trascorsi sotto l’ascendente di un’introspezione maligna cronica. Questione di carattere, senz’altro, ma sono certo che ci sia di più.
In qualche modo in me deve essersi prodotto una specie di shock anafilattico che poi da trauma è divenuto progressivamente uno status quo: a un certo punto la cultura e l’educazione che avevo ricevuto sin dall’infanzia sono entrate in conflitto con la mia personalità, come un anticorpo impazzito e letale. In termini freudiani credo si possa dire che il mio Superego abbia aggredito il mio Es, determinato a farlo fuori senza troppi complimenti. E quella lotta per la sopravivenza, per l’equilibrio, per l’armonia continua ancora oggi. Mi domando chi dei due avrà infine la meglio, ammesso che una vittoria decisiva sia possibile, o se piuttosto le loro continue rappresaglie non finiranno per uccidermi.
Ci sono due me, meravigliosamente descritti nel Narciso e Boccadoro di Hesse. C’è un Narciso: ascetico, razionale, temperante, solitario, serio, spirituale… e c’è un Boccadoro: mondano, emotivo, sfrenato, socievole, frivolo, carnale. L’apollineo e il dionisiaco convivono in ciascuno di noi, chiaro, ma quando la loro coesistenza diventa un’estenuante guerra di posizione allora qualcosa non va. Per carità, nessuno mi immagini adesso un Dr. Jekyll – Mr. Hyde, grazie a Dio non sono (ancora?!?) schizofrenico. Il punto è che Narciso finora ha sempre avuto la meglio, facendo di Boccadoro uno schiavo e un ostaggio. Ma anche Boccadoro vuole vivere ed essere se stesso, cosicché questa condizione imposta di cattività lo fa stare male, malissimo. E poi tutti, ormai, conoscono il solo Narciso, perciò tifano implicitamente per lui: se
In medio stat virus, dicevano gli antichi, e l’obiettivo di qualunque essere umano è quello di giungere a uno stato di egosintonia, di perfetta integrazione di tutte le componenti della propria personalità. L’Ego o Io, ancora in linguaggio freudiano, dovrebbe essere proprio l’esito di una mediazione, di un conseguito equilibrio fra le due opposte istanze citate prima. Ecco, è di quell’armonia che avrei un disperato bisogno. Sono stanco di essere egoalieno.
Non tutti lo sanno, ma davanti a Dio Boccadoro è prezioso e importante quanto Narciso: l’uno definisce e realizza l’altro, e viceversa; ma se non perverranno a un’intesa, da me non potrà mai venire nulla di buono. Sarò sempre un fantoccio bicefalo, un mezzo uomo, una persona a metà.
Su, Narciso, non essere egoista, non essere troppo bacchettone. Aiuta il tuo fratellino: devi vigilare su di lui, sì, ma non mettendolo in castigo in una cella inchiavardata. Non fare lo stolto: è il tuo gemello, lui è te. Proteggilo dalla sua inesperienza e ingenuità, consiglialo, ma non tarpargli le ali: sii il suo maestro, ma rispettando la sua vocazione e le sue prerogative. E tu, Boccadoro, basta piagnucolare: Narciso è un carceriere, è vero, ma tu non hai mai tentato sul serio di evadere. Non fare lo stolto: è il tuo gemello, lui è te. Se davvero tu volessi uscire anche lui finirebbe per volerlo, perché siete la medesima sostanza. Sii suo allievo, ma anche se troverai la sua mutria ridicola portagli sempre rispetto. E al contempo, in segreto, vigila anche tu su di lui, perché in uno dei suoi deliri mistici potrebbe anche lasciarsi morire d’inedia. Ciascuno di voi protegga l’altro da se stesso. E quando un giorno avrete imparato ad amarvi, scoprirete che finalmente sapete amare anche gli altri. Il vero amore ama perché si ama, proprio come accade nella Trinità, dove si contemplano e contempliamo un Amante, un Amato e un Amore.
A conti fatti il libero arbitrio o, meglio, l’arbitrarietà dei sentimenti è tutta una gran fregatura.
Partiamo da una constatazione preliminare: è un fatto che ciascuno è libero se e solo se lo sono anche gli altri. Se qualcuno avesse il potere di decidere dei sentimenti degli altri nei suoi confronti, di condizionarli o cooptarli in qualunque modo, non solo perderebbe la loro libertà, ma automaticamente sacrificherebbe anche la propria facoltà di ricevere da essi l’inestimabile dono della gratuità incondizionata. In definitiva l’amore trae valore, senso e ragion d’esistere proprio dalla sua natura aleatoria e cieca: non a caso gli incantesimi, le pozioni d’amore delle favole procacciano dei meri corpi, non persone, non relazioni vere e profonde. Uno/a schiavetto/a che per malia ardesse di passione per noi ci verrebbe presto a noia, cosicché qualunque sentimento, per quanto sincero, provato per lui/lei quand’era libero/a finirebbe per svanire. Ma c’è di più: insieme all’amore verrebbe meno, prima o poi, anche la stima di noi stessi, anche il valore che attribuiamo alla nostra persona ed esistenza. Se è vero che non sono e non devono essere gli altri a dirci chi siamo, pure la socialità è nel nostro DNA: nel bene o nel male sono gli altri a farci sentire vivi, a far sì che valga la pena d’esserci… ma, ça va sans dire, a patto che siano liberi di essere se stessi.
Ora abbandoniamo il ragionamento per assurdo del filtro magico e consideriamo lo status quo. A chi mai giovò o gioverebbe disporre di un esercito di servi e non avere un solo amico? A nessuno, perché quando un uomo non può dissentire non può neppure amare: certamente temerà, magari potrà portare rispetto e ammirazione, ma amore no, mai. E a che serve godere della libertà e del potere, se nessun altro può condividerli con noi? Ecco il vero nocciolo della questione: la condivisione di pensieri, di sentimenti, di vita è possibile nella misura in cui si realizzi una condizione di sostanziale parità.
Allora il rischio di essere respinti o semplicemente contraddetti dagli altri è parte fondamentale e integrante della propria libertà: se sei libero di rifiutarmi lo sei anche di amarmi, e in ciò realizzi – almeno potenzialmente – la mia vocazione all’amore, il mio desiderio di essere amato; se invece mi sei subordinato e rispondi servilmente ai miei ordini, questa mia somma aspirazione e necessità sarà frustrata e violata. In questo senso il padrone non è libero, ma diviene schiavo del suo stesso sguattero.
A ben pensarci l’arbitrarietà dei sentimenti è una legge durissima, che condanna l’uomo alla più irriducibile passività. Se non posso (e, come dedotto, non voglio) costringerti ad amarti, non mi resta che sosperare e andare nei campi a seviziare i petali delle margherite. Perché non c’è nulla che un uomo possa fare per meritarsi, per guadagnare l’amore di qualcun altro. Le vie che nel tempo si è inventato e che si ostina a tentare sono numerose quanto anodine, vane: la seduzione erotica, il romanticismo, l’impresa eroica, la follia… così come infiniti sono i surrogati e i palliativi per alleviare il proprio tormento (devo elencare anche questi?!?), ma in fin della fiera la probabilità di conquistare davvero il (s)oggetto dei proprie brame resta una su… quante: cento? Mille? Un milione?
Ve l’avevo detto, è un’immensa, colossale fregatura.
Conclusioni?
Due cose l’amore ha in comune con il gioco:
Peccato che non sia vero anche il contrario: chi perde sempre perde sempre, e basta.
Per la cronaca: no, non sono innamorato.
Non ancora, almeno.