All'aurora ti cerco

Blog di un'anima
lunedì, 25 agosto 2008

«Così nel santuario ti ho cercato»…

Dove sei, Papà?

Perché non mi parli più?

Perché non riesco a sentirTi?

 

Sì, vedo chiaramente la presunzione, poi il pizzico di malizia insiti nella “strategia spirituale” (appunto) che ho adottato negli ultimi due anni. Perché è terribilmente sciocco pretendere di addomesticarTi, innalzandoTi fastosi templi che poi non si visiteranno. Io l’ho fatto, lo faccio: trascorro interi mesi immerso nell’alchimia degli incensi, a studiare essenze nuove e stordenti con l’alibi di poi offrirTele, di fare tutto ciò per Te solo; ma quando finalmente m’incammino per recarTeli mi accorgo di aver dimenticato la via per il tempio. No, gli sporadici ritiri in convento servono a poco o nulla se ancor prima non facciamo del nostro spirito un cenobio lindo e accogliente ove Tu possa ritirarTi. Perché a distinguere il pellegrino dal turista della religione è sostanzialmente una misura di capienze: se il secondo si fa contenere dai luoghi sacri che visita, li abita – per così dire – pro tempore e vi proietta le sue suggestioni, imponendo loro la sua propria volontà, il primo, per converso, ne introietta l’ubiqua sacralità, la Volontà dimorante, lasciandosene tutto v(u)otare e riempire, cosicché essa può a sua volta lasciarsi capire (alla latina) e carpire da lui, gli si concede in mirabile umiltà. Ancora, mentre il turista guarda il pellegrino gode del tepore del divino sguardo che lo carezza; laddove l’uno si sposta, l’altro si lascia com-muovere; e mentre quello non esplora che spazi, architettonici o anche intimi, questo sa percorrerne a ritroso e precorrerne le prospettive temporali, smarrendosi in una sintesi cronologica che sa d’eterno.

Ecco: sono stato, mi sono sentito un turista per quasi tutto il tempo.

Tu non c’eri.

So che eri lì per me, come lo sei sempre per tutti noi, ma non eri conin me – e nemmeno ora lo sei.

 

D’altronde è pur vero che non avrei saputo dove e come cercarTi altrimenti, e tuttora le motivazioni che mi hanno animato mi paiono in gran parte buone… allora perché questo deserto?

Tu mi stai cercando, ne sono convinto; perché non c’è uomo che sia escluso dalla Tua divina cura (ferma restando, certo, l’umana libertà di rigettarla); ma proprio per questo, forse, a forza di cercare ho finito per dimenticare la docile umiltà del lasciarsi trovare.

Eppure non è questo, non solo.

Mi sovvengono mille e mille ragioni in grado di spiegare, almeno in parte, questa angosciosa solitudine, tutte però riconducibili, essenzialmente, a una sola causa originale: la pressoché assoluta privazione di momenti di silenzio, di raccoglimento. Già, perché – so che Tu lo sai, Signore, ma la cara lettrice che mi hai dato / amica che mi stai dando non può esserne al corrente – durante la settimana che ho trascorso in convento si è tenuto un seminario, una serie di lezioni a tema; non ne dirò di più, non è questo che mi preme. Ebbene, il convento è stato letteralmente preso d’assalto dagli ospiti convenuti, per giunta tutti anzianotti, cosicché i presunti e previsti “esercizi spirituali” (così pubblicizzati, ritengo, per svista, ancorché parecchio vistosa) non si sono visti punto; mentre il tutto ha preso la forma di una vacanza alternativa, di una convivenza un po’ caciarona. No, non è stato un ritiro: e qui posso ben riscontrare, Signore, una causa plausibile della desolazione che mi ha afferrato e che più non mi lascia. Perché, giunto lì per ascoltarti, de facto sono rimasto assordato tanto dalle vane chiacchiere degli uditori quanto dalle dotte affabulazioni del relatore: condizioni effettivamente proibitive oppure mio limite, fatto sta che in tanto rumore non ho saputo ascoltarTi; figurarsi che non mi è riuscito neppure d’ascoltare me, cosa che nel tran tran quotidiano mi è naturale come respirare.

Nessun ritiro, dunque. E tu non c’eri.

 

Il prossimo, incontrarTi nel prossimo… già. Questo è sempre stato e sempre sarà il mio tallone d’Achille. Mai mi ha abbandonato il dubbio che la mia inguaribile esigenza di silenzio e solitudine – parlo qui di solitudivina, di quella abitata da Te, non dello squallido deserto che sto attraversando – sia uno specchietto per le allodole o meglio per me stesso, una forma narcisistica e autocontemplativa di ego(t)ismo: l’ultima parola spetterà al tempo, vale a dire a Te (se imparerò ad ascoltarTi).

Tuttavia la fraternità vissuta con i frati e con gli altri giovani volontari è stata un’esperienza meravigliosa: ed è senz’altro qui che ho ricevuto le grazie e i benefici più grandi. Di questo dono Ti sono grato, anche se non quanto dovrei e vorrei.

Dando loro una mano, tra l’altro, ho vissuto una vera e propria riscoperta del lavoro manuale: e solo adesso comincio a realizzare che il servizio ai tavoli, il lavaggio delle stoviglie, la pulizia dei locali e delle camere sono stati le uniche vere preghiere che io abbia saputo elevarTi in questi giorni. Non nelle conferenze teologiche, piuttosto nel ramazzare pavimenti Ti sentivo un po’ meno lontano: perché così strofinando e pulendo avevo come la sensazione di nettare un po’ anche la mia anima. Analogia ingenua e romantica? Tutto sommato credo di no: nella fatica fisica pensavo a Tuo Figlio, falegname, alle assi che tagliava e assemblava levigandole con i Suoi divini pensieri. Nel lavoro manuale il cuore non ha di che insuperbirsi: vola basso, non s’innalza al cielo in spirali d’ispirata ascesi, permettendoTi allora di scendere e di andargli incontro. Non noi saliamo a Te, ma Tu sei sceso e ancora e sempre scendi umilmente a noi.

 

In definitiva, però, i motivi che ho addotto per spiegare il vuoto che avverto non sono che sterili cerebralismi psicologici: per quanto lucide, per quanto plausibili ed eleganti, le risposte che ipotizzo eludono, annacquano, sviliscono e di fatto travisano quella che è LA domanda. L’assetato ha bisogno d’acqua, non di capire perché e come disseti e perché la sua privazione comporti la disidratazione – sarebbe anzi una tortura.

E tutto sommato è poi folle, da parte mia, fare il processo alle cause: la verità è che, a prescindere da tutte le pur lecite difficoltà che ho incontrato, avevo la testa altrove. Tu non c’eri, sì, ma il punto è che neppure io ero presente. Anche nella più assoluta clausura, probabilmente, nelle mie attuali condizioni Ti avrei sopraffatto con i miei distratti singhiozzi.

 

Basta.

 

Una considerazione: pur sapendo che l’esito sarebbe il medesimo, ora più che mai avverto il bisogno di un autentico ritiro, e tremo al pensiero che potrebbe passare un anno prima di avere un’altra occasione simile; e per allora la mia anima potrebbe versare in condizioni ben peggiori.

Un conforto: amo credere che presto scoprirò la solitudine di oggi essere una Tua imperscrutabile sollecitudine. E se è così sono pronto a sentirmi anche più solo, purché Tu sia sollecito. Non tardare.

Un timore: mi spaventa a morte l’idea di tornare al lavoro domani, di riprendere la solita vita, di rinchiudermi in quell’ufficio. Già so che una volta ancora mi lascerò trascinare dall’inesorabile scorrere della quotidianità, che ogni cosa tornerà a passarmi attorno e a scivolarmi addosso senza alcun preciso senso o significato. Non voglio vedere questo baratro che mi separa da Te allargarsi ulteriormente, per giunta con le mie omissioni o persino complicità. Non permetterlo, Dio, Ti prego. Mi sento vuoto, scarico, abulico – con quest’unica eccezione: la voglia, la volontà di intuire la Tua.

Una richiesta: “Chiedete e vi sarà dato”. Ecco, io Ti chiedo di chiedermi. Non di parlarmi, se non vuoi, non di farmi capire, ma di domandarmi, ecco, sì, di manifestarmi quell’insulsa particina del Tuo progetto che mi riguarda direttamente. Sono stanco di questa stanchezza vacua, insapore e incolore. Stancami Tu, con piccoli e umili lavori che siano alla mia portata e che io senta essere utili, buoni, giusti. Ho bisogno del senso che Tu solo puoi dare alla mia vita. E non è sul ‘come’, ma sul ‘quando’ che mi permetto di farTi un po’ di pressing: davvero, Signore, non ne posso più di non sapere chi io sia e cosa desideri.

 

Ma prima abbracciami, Papà.

Mi manchi, e io mi sento mancare.

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categoria: animessaggi


domenica, 17 agosto 2008

I segreti più belli

Salire e scorrazzare fra i pinnacoli del Duomo è stato inebriante, persino mistico in quell’aerea cattedrale che al cielo, perché li culli, offre visi e corpi morbidissimi, di pietra; ma tu solamente hai saputo farne un volo d’ascese e picchiate fra i nostri labirinti umani, perdersi e (sor)prendersi nei quali è l’unica via per davvero toccarsi.

Quel grigio, come l’hai designato, nel mio ricordo porterà sempre la tua voce.


Duomo_Milano 

Di più.

Ripensandoci, nel rievocare m’accorgo che – sì, è un po’ come se, prestando a quelle statue secolari le nostre parole, loro pure ci avessero tramandato, affidato le proprie. Se a discernere il passato dal presente fossero nient’altro che il sempiterno dipanarsi ed estinguersi dei suoni, il dilemma del tempo si ridurrebbe a una mera questione di forza, di intensità delle eco; e solo i sordi di cuore possono creder la pietra muta, morta. Allora è bello pensare questo scambio mnesico, sapere che, se qualche nota antica di quelle austere sentinelle si è impressa nella nostra carne, al contempo – al consuono – taluni tuoni e inflessioni nostri, fors’anche avvinti e mai più divisibili, si sono incisi in quei cuori che dir di pietra sarebbe folle. Comunque qualcosa è rimasto, in aeternum.

 

E da ora di loro e di noi, dì, non dire che alle pietre oppure come me, così, per iscritto e con cautela; sarebbe infatti sacrilegio tradire la somma, grata discrezione di quelli con sciali vocali nostri. Scripta manent: come la pietra, lo scritto sa raccontare i silenzi e poi tacere, immune dai volgarismi dell’oralità.

Già, in verità nulla ci sarebbe poi da nascondere di quel nostro volo, cosicché rallegrarsi della riservatezza delle statue è a suo modo pleonastico, forse addirittura sconveniente. Tuttavia in ciò si annida una piccola verità che solo tu mi hai insegnato: i segreti più preziosi sono proprio quelli in cui nulla ha da nascondersi, o temersi, o vergognarsi. Giacché lì non si celano fatti, viltà, delitti – quanto si tutela è solo e semplicemente se stessi, al naturale; non si difendono le proprie persone, ma si custodiscono invece le verità scoperte insieme. Le verità note a tutti ma non da tutti comprese: questi sono i segreti più belli.

 

Biglietto

Chissà se il numero di serie del tuo biglietto termina(va) con 4 o con 6. Domanda stupida, ne convengo, ma non è raro che i quesiti determinanti si celino ed esprimano mediante gli interrogativi più banali e frivoli. Chi di noi, nel suo imperscrutabile ordine, il caso ha voluto maggiore, e chi invece minore, in quella levitazione fra le guglie? Chi, fra noi, ha preceduto, chi ha seguito? Eppure fra trasmettere ad altri il proprio passo e assuefarsi a quello altrui non v’è poi una gran differenza: pur sempre resta, in entrambi i casi, un gioco d’intese. Perché in ogni rapporto umano, anche al suo principiare, così si apprende dall’altro come gli s’insegna a divenir se stesso.

Impariamoci.

 

 

Non so se hai sentito. Alla banchina del tuo treno, quell’anziana e tenera suora a cui ho caricato la valigia ha commentato: “Si trova sempre un angelo custode!”. Con quelle piccole, ingenue, semplici, forse semplicistiche parole mi ha dato una grande gioia. Eppure, nel palesare a lei un angelo, il mio l’ho visto e salutato partire. E quella grande gioia è subitaneamente divenuta un piccolo rimpianto.

 

No, alla fine non abbiano visto il gobbo. È un mistero, poi, perché mai ci sia venuto fatto di cercare con la mente una figura tanto misera, solitaria e malinconica. Magari può essere stata un’allegoria per significare i nostri rispettivi conti in sospeso con la vita, le rispettive pieghe che ancora non ci è riuscito di appianare? Non so.

 

Quegli anonimi turisti a fotografare e riprendere e noi a guardare e parlare. Facile che la nostra immagine sia rimasta impressa in qualche pellicola, destinata per sempre a qualche album o filmino delle vacanze che non vedremo mai. Mi domando la posa, l’espressione, l’impressione. E quel senso di segreto noto ma inintelligibile mi galvanizza.

 

Grazie.

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categoria: de vita mea


sabato, 16 agosto 2008

Del pret-alebano, o novello Savonarola

Black MadonnaA Ferragosto si celebra l’Assunzione della Beata Vergine Maria: festa bellissima, consacrata alla donna che incarnò in sommo grado tutte le virtù cristiane. Da omosessuale ho sempre nutrito per Maria una speciale predilezione (non oso dire affetto): perché nella sua materna femminilità – nonché nel mio umanissimo Edipo, che sempre un po’ recalcitra dinnanzi alla figura paterna (ancorché divina) – ritrovo facilmente un cuore a cui davvero aprire il mio in totale sintonia, senza timori e ubbie. Questo non per riesumare lo sciocco cliché del gay effeminato e ipersensibile, ma proprio per rilevare quella naturale commistione, quel peculiare atteggiamento di gratuità, accettazione e dolcezza generalmente tributato alle donne; per null’altro che mera antitesi, peraltro, ossia per la troppo frequente assenza di simili doti (ahimè) nell’universo maschile, dai cui stupidi machismi non è purtroppo immune parte del clero cattolico e, più in generale, dell’ambiente ecclesiastico.

 

E della Madonna, del suo amore e dolore di madre avrei voluto sentir parlare nell’omelia della messa di Ferragosto a cui ho partecipato. Ma indicibile è stato il mio stupore, voltosi presto in rabbia, nell’imbattermi in un nuovo Savonarola, in un ‘sacerdote’ che dal pulpito ha tuonato per mezz’ora buona contro la corruzione e il malcostume della nostra società, maledicendo ripetutamente (in modo morboso, quasi oscurantistico) il peccato e segnando instancabilmente a dito lo spettro del Giudizio universale. Lo stile dice l’uomo: nella sua foia integralista, per 30 minuti questo pret-alebano non ha vomitato che sentenze di condanna e appelli alla necessità di un generale e meaculpatito pentimento. Mai in vita mia, credo (e ne sono grato), avevo assistito a una predica tanto vacua e moralistica, dal tono così apocalittico e impregnata di siffatte suggestioni preconciliari (e persino veterotestamentarie, per taluni aspetti). Eppure non è ancora qui, non è qui che è esplosa la mia indignazione.

 

GirolamoSavonarolaIl ‘bello’ è arrivato dopo, quando – di fronte a un uditorio che mi è parso perlopiù sbigottito quanto me – il novello Savonarola ha additato prima i gay e poi gli extracomunitari quali cause prime del disgregamento della nostra società: perché ai primi, nella sua idiota devozione a un semplicistico principio di causa-effetto, nel suo schemino manicheistico fai-da-te, andrebbe recisamente imputato l’odierno sfilacciamento della famiglia (sic, sigh!); mentre i secondi rappresenterebbero – manco a dirlo – una pericolosa minaccia per la nostra cultura, per le nostre “radici cristiane”. Tanto più che nei paesi teocratici di costoro è consentita la professione della sola religione di Stato (curioso che non abbia pronunciato nemmeno una volta le parole ‘Islam’ o ‘musulmani’), cosicché la nostra reciprocità si ergerebbe a prova di un lassismo generalizzato, di un atteggiamento prono e incurante nei confronti dei nostri più sacri‘valori’.

Annotazione a margine: il neo-Savonarola era un uomo dell’Europa orientale, sui 35 anni. Neppure la scusante della decrepitezza mentale.

 

Lo ammetto senza remore: ho schiumato rabbia e frustrazione.

Perché, al di là della mia ardente coda di paglia, sono preti come questi – che, ironia della sorte, si strappano le vesti al vedere le chiese deserte – a disgustare e scacciare i fedeli, a danneggiare la causa per cui combattono, a perpetrare lo stereotipo di un cattolicesimo ottuso, repressivo e integralista.

Basta capri espiatori.

Basta con il terrorismo pseudo-teologico.

Basta.

E basta.

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categoria: idrofobie


domenica, 10 agosto 2008

IL FATTORE “D-”: DAL PREGARE ALL’ESSERE PREGATI

04 Chiostro

Due temi della liturgia di questa domenica, a tal punto avvinti fra loro da poter quasi essere considerati tutt’uno, sono senz’altro la solitudine il silenzio.

Elia (1 Re 19, 8-13) si ritirò un giorno sul monte Oreb; per sfuggire alla morte, certo, ma anche – non avendo, come il Figlio dell’uomo, «dove posare il capo» – per rifugiarsi presso di Te, presso il suo solo, ultimo e primo baluardo; e Tu, puntualmente, ti palesasTi a lui, nel modo in cui sempre hai fatto con i profeti e con l’uomo tout court: nel deserto e nell’isolamento.

E una sera di 2000 anni fa Tuo Figlio (Mt 14, 22-33) – Tu? In questi animessaggi mi è spesso arduo intendere a Chi debba o intenda rivolgermi: confesso che quando penso alle Tue (Vostre?) Persone finisco per perdermi!, – dopo aver moltiplicato i pani e ordinato «ai discepoli di salire sulla barca e di precederlo sull’altra sponda», congedò la folla e quindi salì «sul monte, solo, a pregare», dove rimase e vegliò fino al«la fine della notte» (v. 25). Una consuetudine radicata e frequente, questa dei ritiri spirituali, che nei Vangeli è annotata più volte: pur senza negarSi alla gente, Gesù non mancava di raccoglierSi spesso in solitudine per pregare – ossia per parlare con Te, Padre.

 

Sì, Tuo Figlio annunciava la buona novella, ammaestrava le folle, guariva i malati, insegnava nelle sinagoghe, operava miracoli e prodigi mai visti prima; ma tutto ciò senza staccarSi un solo istante da Te; Voi, Amante e Amato, eravate e siete ‘una cosa sola’, un Dio trino nell’unico Amore. Quando si afferma che Gesù insegnò all’uomo a pregare, troppi pensano esclusivamente al Discorso della Montagna e alla preghiera del Padre nostro; quando in realtà ogni istante della Sua vita fu di orazione. Sì, in una prospettiva strettamente bifasica – assai diffusa e peraltro non priva di criterio – la vita activa e quella contemplativa sono pensati come due momenti distinti del cammino cristiano: raccogliendosi in solitudine, il fedele tempra il proprio spirito consacrandosi all’ascolto e lasciandosi avvincere dallo Spirito (e qui – forse a sproposito, ma tant’è – mi sovvengono due bellissimi versi di Pervinca, una poesia del Pascoli: «So perché sempre ad un pensier di cielo / misterioso il tuo pensier s’avvinca…»); alito creatore e ricreativo che poi lo sostiene e ispira nella carità quotidiana del suo umano agire. Eppure sarebbe errato, credo, adottare la grezza e rigida concezione di un divario, di una scissione temporale e soprattutto spirituale: Gesù (e dopo di Lui i religiosi vocati al monachesimo) veniva in soccorso all’umanità, le prestava reale e fattivo aiuto ancora nell’atto stesso di invocare il Padre nel segreto; così come ogni Suo gesto misericordioso, ogni carezza, ogni taumaturgia era il più tenero e spirituale Amen, un intimo bacio al Padre.

I due atti, la fede (che è poi preghiera costante) e le opere, si compenetrano, si agiscono, confermano e realizzano a vicenda; esattamente come Voi, Padre e Figlio, siete inscindibili sistole e diastole dell’unico, divino e amorevole palpito.

 

Preghiera, quindi. Dunque: tempo. Per Te e per se sessi – altri termini inseparabili. Ed è qui che volevo arrivare: trovo io tempo per Te, che mi hai dato il tempo e che tempo mai cessi di dare alle mie acerbità, a quell’incostanza che è forse una delle poche costanti della mia vita?

Prima d’essere imitazione fattuale di Cristo, prima che umile richiesta, prima ancora che pio ringraziamento, persino, la preghiera è ascolto di Te: come sapeva quella buona Maria che aveva scelto «la parte migliore»; perché solo chi dapprima ascolta ha poi davvero qualcosa, qualcosa di vero da dire. Nemmeno nella preghiera sono il protagonista, il soggetto, il centro della mia vita, come il mio ego si compiace e lusinga di credere, giacché nei momenti di grazia – che personalmente ho conosciuto in occasioni più uniche che rare (per mia sola mancanza) e nei quali l’anima, vincendo ogni aridità, assaggia l’eterno – è lo Spirito Santo (Tu!) a venirci incontro, a pregare attraverso di noi; semplicemente perché l’uomo non ne è capace («Cos’è l’uomo perché te ne curi?»). Tendere a Te è anelito buono e santo, ma non basta, anzi è vano se non sappiamo discernere quella che, a priori, sopra e prima di noi, è la Tua paterna, struggente, inesausta chiamata per noi: il nostro desiderio è infatti ereditato, ispirato, non è che una rifrazione instillataci dal Tuo Amore creatore che, plasmandoci, ci ha fatti a immagine e somiglianza. La fede è in qualche misura la scarica elettrostatica fra due poli irresistibilmente attratti, l’umano e il divino, Tu e l’uomo; l’invisibile e ideale laccio che mai nessuno potrà recidere, né angelo, né principato, né potenza..

E di queste consapevolezze, per me straordinarie, così come di quel poco che so sulla preghiera, ringrazio l’anonimo Certosino autore del testo Il mio cuore cerca il Tuo Volto (scaricabile in formato pdf e Word zippato) – da apprezzare nella sua integralità ma nel quale rimando in particolare al paragrafo “Lo Spirito stesso prega in me”. (Nello stesso sito, http://www.certosini.info/ – sezione “Meditazioni”, consiglio poi anche Amore e silenzio del Certosino Jean-Baptiste Porion).

 

Io non so pregare. Lo dico nel senso proprio: non so, non mi deciso ad acconsentire a che lo Spirito preghi attraverso di me, trasfigurandomi. Oh, con le parole sono tanto, pericolosamente bravo, pur con tutta la mia ignoranza e il mio piglio naïf mi rendo perfettamente conto di quanto bene sappia sguazzare in quella che oserò definire una piccola e spicciola teologia (e che amo, con il cuore, credere un Tuo dono, perché di me mi pare la qualità in assoluto più bella e preziosa). Ma se veniamo alle opere, ai fatti, Signore… ahimè! Lo sappiamo; già. Ma io persisto a fare lo gnorri e fingo un’ingenuità ormai stantia, non è vero?

E… no, davanti al tribunale della mia coscienza (per certi aspetti illegittimo, lo so, ma ho un buon Paraclito!) non potrei mai addurre a mo’ di prove i miei animessaggi. Per almeno due ragioni.

La prima è che, in tutta onestà, s’impone un serio quesito: quanto c’è di Te, realmente, in questo blog dell’ego? Quanta Parola fra tante parole mie? Senza sosta e con la convinzione di farlo a e per Te io scrivo, scrivo, scrivo; così come penso e parlo. Ma sono sempre e ancora io, io, iii-ho. Mi si conceda pure l’attenuante dell’immaturità, di una sostanziale incoscienza: forse non rischio di far qui la voce grossa, parlandomi e -Ti addosso (l’ordine non è casuale) come un fiume in piena, dissimulando abilmente il destinatario e usando Te, mio Dio, quale maschera, mezzo e alibi? Insomma: mi spaventa terribilmente l’ipotesi che questo pretenzioso blog di un’anima sia, almeno in parte, un monologo, un soliloquio autoreferenziale ed egotistico, un tempio pagano al mio (d)io; eppure resta un’illazione che, per quanto brutta e dolorosa, non mi sento di buttar via a cuor leggero, non in toto almeno.

E poi c’è la seconda ragione, subdola e imbarazzante quanto la prima e che, infondo, non ne sarebbe poi che la naturale propaggine, una declinazione: in quanto pubblico, a onta dell’anonimato, il mio blog potrebbe addirittura nuocere a una piena intimità e talora far magari mercimonio di pensieri e stati d’animo che invece dovrebbero rimanere riservati, celati e meditati nel Tuo/mio cuore. E se io traessi una qualche forma di lucro da tutto questo, in forma di esposizione, di ostensione, di vanità appagata, di narcisismo autocontemplativo? D’accordo, ho una sola lettrice, ma è l’idea che conta adesso. Non posso escludere che in me, anche solo a tratti, pesti i piedi un piccolo, esecrabile esibizionista.

Qui, Signore, davvero io no: solo Tu sai.

Per l’una e per l’altra, comunque, fa’ di no, Padre: Ti prego. So bene di non essere un puro: è dunque un ‘far di no’ dinamico e trasformante, quello che Ti chiedo.

Per favore, prega per (mezzo di) me.

 

Tra pochi giorni mi regalerò qualche giorno di tranquillità in un luogo sano e – spero – non privo d’angoli atti a fare silenzio e ad ascoltare. Dopo le tante urla e i troppi gracchi elettrostatici dell’iodiffusione e dell’iovisione, che in questi ultimi mesi mi hanno parecchio sopraffatto (pazzesco, ora parlo di me in forma impersonale: non mi starò discolpando?), spero di riuscire a sintonizzarmi ancora una volta sulla tua lunghezza d’onda, sulla frequenza della Tua raDio; o, meglio, che questa si lasci captare fin nei luoghi reconditi e magneticamente sporchi in cui ultimamente ho finito per recludermi.

Una raccomandazione: giacché l’apparecchio s’è un po’ arrugginito, Ti pregherei di amplificare il segnale con qualche ripetitore o antenna. Sai, giusto per andare sul sicuro. Per essere certi che i miei schermi e le mie interferenze non guastino le Tue trasmissioni.

Aggiungi il Tuo fattore D- alla mia -iodiffusione.

Sii raDio-so.

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domenica, 03 agosto 2008

Tanti mattimoni… e iii-ho?!?

Ho piena e indeclinabile coscienza di quanto egoistico sia il confuso coacervo di pensieri che mi appresto a esprimere, eppure ho assolutamente bisogno di scriverne – si legga di riflettere, poiché per il sottoscritto è una sinonimia. Premetto che non ho alcuna intenzione di mettermi a sgranare l’infinita catena dei perché esistenziali, non tanto perché non porterebbe a nulla (come se questo mi avesse mai fermato, ahimè), ma perché so perfettamente che mi ci perderei. E poi no, per carità, niente deprimenti piagnistei: le mie ri-paranoie tristeriche sono – la mia cara lettrice ne sarà testimone – tentativi di intendermi e di capire, giammai piagnucolii da prefica, e tali devono rimanere. È di importanza capitale: le mie spalle celano un fossile sepolto e quiescente, un vaso di Pandora (e chi, del resto, sopravvive alla maturità senza ritrovarsi, incluso nel pacchetto, un armadio zeppo di ossicini?); forse non potrò impedire che prima o poi qualcuno lo scovi, d’accordo, ma certo non sarò io a riesumarlo. Orgoglio e… giudizio.

 

Il ‘fattaccio’ che qui mi propongo di sviscerare, metabolizzare, esorcizzare è presto detto, nonché antico quanto l’uomo (e la donna): da qualche tempo attorno a me si è scatenata un’autentica procella coniugale, un’epidemia matrimoniale senza precedenti. Ormai ho perso il conto degli annunci che, direttamente o indirettamente, mi sono giunti negli ultimi mesi: in un turbinio di bomboniere, bouquet e addii al celibato/nubilato, amici e colleghi paiono tutti aver preso segreto accordo per deporre il loro status di singoli – detesto le anglofilie – e abbracciare la felicità sponsale; neanche avessero saputo o intuito qualcosa che io ignoro, che so, l’imminenza di un’apocalisse o di un orrido flagello che sterminerà i celibi senza pietà alcuna, la ‘strage degli scapoli innocenti’. No, non scherzo affatto né esagero, è una vera frenesia mattimoniale quella che mi è inopinatamente scoppiata intorno: a ben pensarci potrei persino provarmi a trarne profitto, improvvisandomi allibratore e aprendo una bisca clandestina: “Chi sarà il prossimo? Su quale nota auto sboccerà il prossimo fiocco bianco?” – ostentazione che peraltro mi ha sempre dato sui nervi, ma non sono obiettivo e chiedo perdono – “…chi porterà i confetti questo mese? Scommettete, gente, scommettete!!!”. Comunque c’è chi mi ha anticipato: al lavoro è già in corso una specie di lotteria procreativa, un “fotti e vinci”, un febbrile chiacchiericcio sulla destinazione delle più vicine cicogne.

Insomma, la stagione non credo possa essere (la mia memoria non trova precedenti), dunque la escluderei; e una volta accantonata l’ipotesi del singolicidio di massa (che quasi quasi scarto con rammarico), non resta che la nuda e cruda verità, la causa evidente, banalissima e naturale: è una questione d’età. Semplicemente è ora, è giunto quel momento. Non a caso i neo-signori e signore (o presto tali) sono tutti, chi più chi meno, miei coetanei, ossia ricompresi entro un intervallo anagrafico il cui punto mediano è approssimativamente la trentina d’anni: per la mia generazione è insomma arrivato, o sta arrivando al galoppo, il tempo del più adulto, impegnativo e avvincente fra i ‘sì’. Ho perfettamente colto il messaggio: come potrei, dunque, non entrare un po’ in crisi?

 

Sposi

Per il momento la mia reazione a ogni nuovo annuncio resta un’espressione di autentica gioia unita a un segreto, rattenuto, ingoiato, tremulo “Tu quoque...?”. Nessuno si scandalizzi, prego, ho dichiarato fin dall’incipit l’egoismo sotteso a questo post, dunque non mi si potrà rimbrottare di disonestà. E poi davvero non vorrei essere frainteso: un sentimento di gioia proiettiva, di simpatia (in senso greco), di partecipazione altruistica c’è ed è sincero. Anzi, venire a sapere che una ragazza o un ragazzo meraviglioso che conosci sta per sposarsi con la persona giusta ti dà sempre un curioso e piacevole senso di appagamento, di pienezza, come per un voto onorato. È giusto così, lo senti, lo sai, e rallegrandoti pensi che, nel suo piccolo, l’amore sponsale di questa coppia benedirà un nuovo nido e renderà migliore un angolino di mondo. Eppure, al contempo… il mio “iii-ho?!?” asinino prende a (de)ragliare e mi provoca minute ma dolenti lesioni al timpano del cuore. È un palpito d’invidia, lo so bene, ma non nel primo senso riportato dal mio Devoto Oli («Malanimo provocato dalla vista del’altrui soddisfazione»), no, cielo, grazie a Dio non mi contaminano orridi sentimenti negativi di codesta risma; è la seconda voce quella che mi compete: «Con senso attenuato, desiderio di poter godere dello stesso bene che altri possiedono». Sì, accidenti; sì. E un corno, “attenuato”.

 

Non mi passa neppure per l’anticamera del cervello l’idea di partire ora in quarta con una filippica sul diritto degli omosessuali al matrimonio o ai PACS/DICO, per nulla, anzi il tema mi interessa molto poco, sebbene la mia parte liberale, il mio essere politico, il mio senso di giustizia, dico, auspichi il riconoscimento dell’assoluta necessità e legittimità di unioni civili per la comunità glbt (quanto a quelle sacre, l’ipotetica domanda acquisirà senso quando cesserà d’essere una richiesta politica – che ignorando ogni credo equipara il matrimonio religioso a un diritto personale – e diverrà invece un’esigenza spirituale). No, il mio problema è un altro, altra e più infida è la spina che duole e infetta: un sottile, viscido, inesausto sentimento di inadeguatezza. Cosa mai può importarmi di rivendicare i diritti gay, Sant’Iddio, quando so perfettamente che una coppia omosessuale non potrebbe comunque conseguire la normalità, la tranquillità, la serenità di una famiglia etero? Una volta bandite le effusioni in pubblico e la libertà di essere del tutto se stessi all’aperto (inutile prendersi in giro – e niente battute sui fondelli, prego), una volta sancita l’atavica e insopprimibile cultura/consapevolezza della complementarità intersessuale, un irriducibile imprinting educativo che sin dalla culla mi ha inculcato una determinata forma mentis, cosa mai resta della cosiddetta famiglia gay? E questo senza poi contare le infinite e talora fondate – siamo onesti – tirate degli omofobi contro la promiscuità, l’instabilità, la liquidità (per dirlo con Bauman) dell’amore intrasessuale; ma a questo punto facciamo 31, un 13 d’onestà – si noti qui che invertendo l’ordine delle cifre il risultato, il senso non cambia – e diciamo apertamente che altrettanto succede anche fra gli eterosessuali, con la differenza che in questo caso i Savonarola fanno spallucce e, forti di un arrogante e comodissimo senso di ‘normalità’, sorvolano con condiscendenza sul noblesse oblige dello scandalo.

 

In conclusione: sono stanco di essere singolo, esattamente come lo sono di sentirmi singolare. Ma è pur vero che, una volta venuta a mancare la prima condizione, di conseguenza dovrebbero crescere le forze per affrontare e combattere la seconda. Almeno questo è quanto ho sempre pensato.

È ovvio che non potrò mai portare la fede al dito, ma nulla mi impedirà di portare le dita alla mia Fede e di offrire la mia nullità a quell’Uno che di orientamenti sessuale, alcove e umane intimità non può che ridersene. Dove ci sono fede, rettitudine, amore e fedeltà, il peccato non può attecchire. Gesù Cristo non ha mai domandato ai Suoi apostoli e discepoli un pedigree, per converso li ha invitati a seguire la legge di una Nuova Alleanza, legge d’amore e giustizia. E cadendo in continuazione, commettendo errori, perdendomi e poi lasciandomi ritrovare, io – iii-ho ci provo.

E in questo non riesco a credere di essere solo.
postato da Avgvst alle ore 13:54 | Permalink | commenti (1) / commenti (1) (pop-up)
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Un giovane credente, un credente giovane. Cristiano cattolico. E omosessuale. No, non è un ossimoro...
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