All'aurora ti cerco

Blog di un'anima
lunedì, 22 settembre 2008

Fallimenti

È inutile che me lo nasconda: l’esperimento di questo blog si sta rivelando fallimentare. Quattro mesi fa lo aprii confusamente, senza sapere bene cosa volessi farne e cosa sarebbe diventato, ma almeno un obiettivo mi era più che mai chiaro: proiettarmi all’esterno, usare la Rete per entrare in contatto con altre persone, creare legami, rapporti, amicizie. E una persona, un’amica speciale (la mia sistAr cecilia2day) l’ho conosciuta per davvero. Non ho dubbi che ne sia valsa – e che ne valga, perché ancora non intenzione di chiudere i battenti, non ancora almeno – la pena, non foss’altro perché ho trovato lei. E poi costringersi a scrivere con periodicità, anche minima, è un’ottima palestra introspettiva, aiuta a riflettere su se stessi e sulla propria vita. Eppure un occhietto al riscontro conseguito, ai contatti ottenuti, alle statistiche di accesso è pur sempre dovuto – perché un blog soliloquiale, diciamocelo, non avrebbe alcun senso; e se è vero che forse quattro mesi sono un tempo troppo ristretto per fare bilanci, pure non ho ragionevoli motivi per aspettarmi che le cose possano cambiare in quelli a venire.

Google analytics (ma avrei anche potuto farne a meno) è spietatamente crudo: una sola lettrice/commentatrice abituale e, per il resto, una “frequenza di rimbalzo” stellare. In pratica, chi capita qui s’invola dopo aver letto appena qualche riga.

Sarà che il mio stile riesce pretenzioso; sarà che i temi trattati risultano pesanti; sarà che un ‘teogay’ appare figura bizzarra e ben poco attraente. Insomma, fatto sta che – per dirla terra terra – non mi fila nessuno. Il che – per dirla tutta – è ben poco incoraggiante e non può non farmi riflettere. Lungi da me, però, i toni delusi o recriminatori: se quanto scrivo non piace non è affatto ‘colpa’ dei lettori, prova di una loro presunta insensibilità o addirittura estraneità rispetto a ciò che invece fa vibrare le mie corde. Assolutamente no: semmai la responsabilità è mia, interamente. Evidentemente non riesco a ‘passare’, a comunicarmi agli altri, a entrare in sintonia con loro, a dire le cose nel modo più idoneo e diretto (toh, che sorpresa…). Mi dispiace, tanto.

Sì, posso anche continuare in aeternum a scrivere i miei animessaggi, ma Nostro Signore non è un visitatore che possa lasciarmi un commento o un pensiero; ho comunque bisogno di un prossimo che sappia ascoltarmi, intendermi e magari correggermi, e che al contempo voglia essere ascoltato e compreso. Qui tutto è virtuale, certo, ma questo non ha impedito che cecila2day diventasse per me Cecilia, una ragazza in carne e ossa, un volto, una persona da conoscere e di cui scoprire l’infinita bellezza. Trattasi però di un’eccezione relativa, tutto sommato: ho l’impressione, infatti, che solo la particolare affinità che più volte mi è parso di cogliere fra noi possa spiegare l’amicizia privilegiata – posso dirlo, Cecilia, o ti sembra eccessivo e/o prematuro? – instauratasi fra noi.

Probabilmente dovrei tentare di rinnovarmi, di cambiare pelle, di farmi più accattivante: chissà, magari potrei pure riuscirci, ma poi sarei ancora io? Che senso avrebbe trovare gli altri (ammesso e non concesso di riuscirci), se nel farlo poi perdessi me stesso?

Su tutto questo dovrò riflettere.

Tuttavia oso sperare che, almeno nell’(A)ma-tematica divina, questo blog non sia computato quale un fallimento.

 

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Padre, non sto combinando nulla. Qui come, più in generale, nella mia vita. E ciò mi terrorizza. Cristo fu un perdente, sì, ma nel perderSi ci guadagnò alla salvezza. Io non posso salvare nessuno, neppure me stesso, perciò non c'è alcun profitto nelle mie quotidiane sconfitte.

Dio, quanto spreco dentro e intorno a me.

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sabato, 20 settembre 2008

Il Bel Gitano

Venerdì 19/09/08, ore 18.14

 

Solito treno, soliti pensieri.

Non sei alla sua altezza.

 

Il Sire (leggi qui) è perso per una collega comune, che in ossequio ai più triti copioni amorosi neppure si sogna di ricambiarlo. Sovente è così: chi ha non vuole, e chi vuole non può avere. Lei contempla il Bel Gitano, ora – un altro colega che, effettivamente, è bello da paura; bello e, ahimè, impossibile; anche per lei, temo, ma non è detto.

 

È ridicolo quanto spesso mi capiti di cadere in questi giochi di dama, o meglio di convincermi di farne parte, di esserne coinvolto. Quando il ruolo di osservatore esterno (seppur non neutrale) non solo mi calza, ma mi si addice tanto di più. Posso senz’altro dirmi un confidente apprezzabile: ascoltatore ottimo e discretissimo, passabile consigliere. Ma chi analizza gli analisti? La consuetudine alla riservatezza rende reticenti, alla lunga, persino con se stessi. Nel farsi intimi depositari dell’altrui vita privata, in qualche misura si finisce per privarsi della propria.

 

Ho preso un granchio con il Sire: si trattava dell’ennesima, frivola infatuazione. Nulla di serio, dunque. Né il mio è il caso della volpe e dell’uva, mi si creda: l’ho capito ben prima di sapere che lui non è alla mia portata. Ora resta solo una grande tenerezza, per il suo amore non riamato.

 

Anch’io sono in una nuova fase. Ma no, che dico, in definitiva non è cambiato proprio nulla: la fase è sempre la stessa, piuttosto ne è mutato l’oggetto. Il soggetto. Dicono che uno scrittore non faccia che scrivere lo stesso libro per tutta la vita, un artista dipinga il medesimo quadro, e così via. Non so se sia vero: io, comunque, mi ostino a incubare sempre gli stessi vecchi dejà vu.

Il Bel Gitano: dopo un anno mi è riuscito di scambiare due chiacchiere con lui, in modo del tutto fortuito – ci siamo incontrati all’uscita. Questa volta non ci sono sovrastrutture, patine (reali o pretese) romantiche, si tratta di pura e semplice attrazione fisica. In quella breve passeggiata verso la metro, lastricata di un lieve ma dolce imbarazzo, ho già scattato qualche istantanea sensoriale: il modo di guardare, di inclinare la testa di lato, di modulare la voce… E poi quello strano senso, in pari misura piacevole e detestabile, di brillare di luce riflessa, di sentirmi osservato in quanto vicino all’obiettivo delle traiettorie visive dei passanti: uno così non può passare inosservato. Camminare al suo fianco… no, sono pensieri che non posso concedermi. Modestia? No. Realismo.

 

Tipo ombroso, reticente, introverso: parla solo se interpellato, dicono i colleghi. Anche qui siamo in pieno cliché: il mito del bel tenebroso è intramontabile. Ma io ho bisogno di aurore. Nondimeno sarà dura persuadere di ciò i miei occhi.

Una cara amica mi ha consigliato di raddoppiare le chiacchiere a quattro, la prossima volta. Ammesso che ci sarà, non covo – cerco di non covare illusioni. A che scopo? Per diventare anche il suo confessore? No, di grazia. E comunque è impossibile, visto il carattere chiuso.

 

Non resta che tentare di tramare qualcosa con altri colleghi galeotti (fra cui, ovviamente, non può annoverarsi il povero Sire) per procurare alla spasimante un abboccamento con il Bel Gitano. Sono troppo diversi, a dire il vero, ma lei almeno ha qualche chance. E poi è dolcissima. Così limpida e trasparente… fin troppo: sicuro che lui abbia già mangiato la foglia. Mi sa di timidone. Praticamente irresistibile.

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categoria: de vita mea


domenica, 14 settembre 2008

Del mio 'solo' tu fai un 'persino'

…e così sei finita nella mia città. Per poche ore, certo, giusto il tempo di spaziare per il centro e vederne qualche scorcio, ma c’eri. Se vorrai arriveremo, poco a poco, anche alle periferie (mie e tue): anche se lì mai nessuno sa – come dicevi – quanto in là sia possibile spingersi, né se i cancelli siano aperti o almeno apribili.

 

…eppure ieri persino la pioggia uggiosa e insistente, che qui in genere mi corteggia già bagnato, mi è parsa innocua, acqua vacua – ma no, direi piuttosto acqua alleata, nel rendere la giornata ancor più unica e speciale. Perché tu – bizzarro prodigio – sai strapparmi a me stesso e fare del mio solo un persino.

 

…singolare è il modo in cui, puntellandomi e sostenendomi, in certo senso sei anche sisma al mio già precario equilibrrrio. Perché con te quel me tanto a lungo nascosto e negato può uscire allo scoperto e ed esprimersi abbattendo molte censure, cosicché queste ore d’aria concesse alla consueta cattività poco a poco mi instillano – pensiero bello e insieme spaventoso – il desiderio di un’autentica emancipazione.

 

...nient’altro vuole uscire da me, oggi. Perdonami.

Giornata frigida, a controbilanciare – sembra – quella bellissima che mi hai regalato ieri.

A presto, sorellina.

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categoria: de vita mea


sabato, 06 settembre 2008

Non-lui: cadute a corpo vivo

È in momenti come questo, quando mi fa male l’anima, che torno a Te; ancora e ancora, così, sempre, come un bambino che tenda alla mamma il braccino ferito. Ma per me non si tratta d’un braccio, Dio, né è sangue quello che – immagonito e terrorizzato – vedo scorrere fuori, via da me. No: è la mia stessa anima che, tremula e dolorante, prende a balzare e si slancia verso Te, rispondendo alla Tua consolante chiamata. Ma la mia gravità mi trascina di nuovo a terra, cosicché a ciascun salto segue – ogni volta – un’abietta caduta: perché – lo sai – pur convinto che da qualche parte ci sia, mai mi riesce d’avvistare un appiglio, l’angelo mandato a sostenermi o almeno ad attutire l’impatto; oppure, chissà, son proprio io a cercare i (miei) demoni discendenti per scongiurare quelle celesti vertigini. Fatto sta che precipito, e che ogni nuovo schianto è più violento del precedente – poiché più in alto m’ha spinto l’anelito.

Mio Dio, sanguino tempo: e l’indicibile spreco di questa emorragia biografica mi duole ancor più della stessa ferita, della caduta medesima. Padre, io tengo duro, vedi, ma Tu, Tu ci tieni – Tu mi tieni davvero?


Rubens_The Fall of Icarus

Tuo figlio fu condotto dallo Spirito nel deserto, ove subì un’antitrina tentazione (Mt 4, 1-11): l’induzione al peccato contro Se Stesso (il tramutar le pietre in pane, asservendo lo spirito alla carne), contro lo Spirito Santo (lo sfidare gli angeli del cielo) e contro Te, Padre (il rinnegarTi, l’adorare Satana per divenire dio di questo mondo). Ma all’uomo, dopo l’originale cacciata dall’Eden (perché lui cadde!), spetta per converso di strisciare nel fango con il serpente, e d’essere talora condotto nel deserto, in cima al pinnacolo d’un tempio, per ricevere da Te divini conforti. Cristo fu tentato (da Satana), e Si consegnò interamente alla Sua passione fino a morire in croce, in quanto retto e puro; l’uomo è confortato (da Te) perché sviato, macilento e fondamentalmente incapace di passioni salvifiche.

 

Eppure, una volta conquistata la nuova cima, il Tuo conforto non mi preserva dal perdere infine l’equilibrio – non so come, ma succede sempre – e dallo sfracellarmi sulle pietre ai piedi del tempio, dove già so che dovrò riprendere daccapo l’ascesa. Tuttavia non la lena ‘sprecata’ del precedente conato, né la nuova fatica che si prospetta, né il panico dell’ennesimo tonfo mi frenano; a tentarmi alla rinuncia è invece questa desolante solitudine che sempre accompagna il cammino. Sarà anche ingenuità fanciullesca, la mia, ma ho sempre pensato che – qualora si cadesse comunque – un volo a due sarebbe assai meno pauroso: perché in quella disperata lotta a mezz’aria tesa a proteggere l’altro, a farsi suo scudo e cuscino, a contenere i suoi danni e le sue ferite a costo di massacrarsi, di esasperare i propri, il proprio dolore passerebbe in secondo piano fin quasi a scomparire, a non sentirsi più. Se proprio devo maciullarmi sulle rocce, Signore, vorrei almeno che avesse un senso, farlo per qualcuno che amo: e qualora questi dovesse trarre anche il minimo giovamento, il più minuscolo beneficio dal mio essere al suo fianco, ecco, allora credo – credo – che sarei pronto anche al tonfo ultimo, quello da cui più non ci si risolleva; ovvero da cui più non si cade. Perdonami, ma mi è impossibile non pensare che un’unica caduta, ancorché breve, vissuta al fianco d’un altro varrebbe inestimabilmente più di mille lunghe, lente salite da solo. La vera passione è un amore fedele e incapace di (rin)negarsi, portato alle estreme conseguenze: e l’uomo savio sa c’è più gioia nel cadere d’amore che nell’ascendere di solitudine.

 

Non voglio mentirTi (come farlo?): quindi sì, non posso soffocare l’onesto dubbio che in realtà, contrariamente a quanto detto poc’anzi, ogni schianto sia meno doloroso del precedente: anche se ho la sensazione di cadere sempre sugli stessi sassi, forse è vero invece che ciascun volo s’arresta un istante prima, un gradino più in alto, un poco più su. E sebbene più e più alta sia la vetta da cui precipito, pure le passate cicatrici e i calli della vita rendono un poco meno devastante il rimbalzo. Eppure ciò non rende meno terrifico, meno buio, meno solitario il vuoto in cui m’inabisso.

 

Recita il salmo 138:

 

«Dove andare lontano dal tuo spirito,

dove fuggire dalla tua presenza?

Se salgo in cielo, là tu sei,

se scendo negli inferi, eccoti».

 

Padre, perdona questo mio peccato, ma allorquando io Ti trovo, o così mi pare; allorché sento le Tue risate nel mio cielo e i Tuoi singhiozzi nei miei inferi; qualora persino non avvertendo la Tua presenza io non dubiti che sei e che ci sei… nondimeno questo lui mi manca, tanto. E ben lungi dacché il Tuo conforto compensi o sublimi tale umana assenza, il suo nome ancor senza suono riesce anzi a confondere, a oscurare, a subissare la mia percezione della Tua cura paterna.

È ciò a farmi precipitare.

Desso è il tempo in cui e che sanguino.

Bene o male che sia è questo amore anonimo, questo non-lui a imprigionarmi, a invilupparmi nel mio non-io.

E per quanto mi sforzi o mi abbandoni a fidarmi e confidare, finché dovrò negarmi non potrò affermarTi.

Fino a quando, Signore…?

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categoria: animessaggi


lunedì, 01 settembre 2008

Sconfinamenti

Un altro viaggio tra pietre e tele antiche: quasi un’allegoria del nostro proprio passato che, camminando, srotolavamo per le vie di Milano, novelli Pollicini a disseminare molliche di un tempo sbriciolato… o forse piuttosto, sì, a raccogliere le briciole mnesiche da noi lasciate per un ritorno che oggi, finalmente, non fa più paura.

 

Non cessa di sorprendermi come, a volte, ascoltarti sia ascoltare me stesso. Così come trovo strabiliante che in un corpo minuto quale il tuo possa celarsi tanta forza d’idee, di mente, di cuore: anche sapendo chi e cosa faccia (più) paura, tu non cedi, al male non concedi. E a tratti da questa brezza benefica io stesso mi sentivo spinto, mia dolcissima eos rododattila: perché il tuo tocco faceva sorgere un sole buono sulla mia spina dorsale, sulle mie spalle, sul mio collo, sulle vene delle mie braccia. Proprio come il Galata morente del mio template, cui l’albeggiare infonde nuova speranza – negli uomini e nella vita.

 

Una sua copia ristava in un antro dell’Accademia di Brera, nel quale abbiamo sostato: in un certo senso è come se avessi voluto invitarmi a contemplare me stesso. E poi gli epitaffi sulle pareti, i nudi scultorei che mi stordivano, il cortile anonimo in cui mi hai regalato una nuova voce…

 

Del Castello Sforzesco rammento in particolare la breve e infruttuosa ricerca della “Strada segreta”, che nonostante il segnale non ci è riuscito di trovare. Poi però ho capito che la stavamo già percorrendo: ecco, su ogni cuore umano sono incise le parole Strada segreta; basta saperle leggere. Pochi, però, sanno intraprenderla come te, con il tatto e la delicatezza dovuti a ogni mistero.


Acqua_Sforza

Nella Pinacoteca di Brera – come ti dissi ridendo, giacché i miei ‘pensieri superficiali’, come li chiamo, mi evocano la golosità dei bambini – mi hanno affascinato più le opere umane, ovvero la bellezza di taluni visitatori, che non quelle esposte. Mi confesso turbato dalle suggestioni sensuali, artistiche e non, della mostra: ma in ciò, con la Yourcenar, sto imparando a ravvisare «ben più uno sconfinamento dello spirito nella carne che un mero divertimento di quest’ultima» (Memorie di Adriano, Einaudi: 2005, p. 15).

 

Brera_Canova_Napoleone

Abbiamo ammirato dipinti e affreschi statici fino a divenire noi stessi opera in moto, riflessi in celere cammino – ricordi? – nel vetro d’una finestra, all’uscita dalla Pinacoteca.

Se l’arte ritrae, emula la vita, talora può accadere che sia quest’ultima a fare il verso alla prima, a trarne afflati e ispirazioni. E nel quadro del mio cuore, già tu sei come in quella cornice: sorella al e del mio fianco, propaggine d’una costola di cui presto potrei sentire la lancinante privazione.

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categoria: de vita mea


Chi sono

Utente: Avgvst
Un giovane credente, un credente giovane. Cristiano cattolico. E omosessuale. No, non è un ossimoro...
...bentrovato, chiunque tu sia: è dall'aurora che ti cerco. Questo è il mio blog, il blog di un'anima. Ora che ti ho trovato non fuggirai subito subito, vero? Ricorda che un tuo commento o un messaggio sarà molto gradito! Ti auguro buona ricerca e buona vita.
Vale, anima.


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