Onirico, dolcissimo il ritorno in treno di questa sera.
Due stazioni dopo la mia prende posto alla mia sinistra, e sin da subito mi pare tormentato. O forse è semplicemente molto assonnato. Indimenticabile quella posa china, curva, stanca, misteriosamente prostrata, i gomiti poggiati sulle ginocchia e la testa fra le mani, protrattasi per un paio di minuti eppure eterna nella mia memoria. 25 anni, non di più. Dio, quali pensieri puoi mai avere per abbatterti, per piegarti a quel modo? Sforzandomi di provare interesse per il libro che si suppone stia leggendo, lo sbircio discretamente con la coda dell’occhio, godendo di quello scampolo di coperta che è il suo lungo paletot sulla mia coscia. Moro, pallido, fisico asciutto. Belloccio.
Poi chiude gli occhi e si adagia sullo schienale, reclinando il capo all’indietro. I contatti, casuali ma non per questo meno veri, si susseguono come fremiti. Ok, hai vinto. Chiudo il libro e provo a emularlo, aderendo al finestrino alla mia destra e puntellandomi la tempia con il pugno chiuso; un’ultima occhiata al buio di là dal vetro, e lascio calare le palpebre. Presto il suo respiro si fa più regolare, più cadenzato e lento, mentre il suo corpo prende a scivolare contro il mio, fino a esercitare una pressione leggera ma costante, decisa, calda. Già dorme al – sul mio fianco. Resto immobile e intanto godo di quell’inatteso, rubato tepore che dalla spalla si diffonde giù fino alla vita e anche più, più sotto… Quanta tenerezza nella sciocca sensazione di sostenere, insieme al suo peso, anche il suo ignoto fardello, per una qualche proprietà transitiva che scivola quell'empatia fisica nel morale. Solo l’acre sentore alcolico del suo fiato mi infastidisce un poco. Non sarai mica ubriaco, a quest’ora? Ma no, mi dico subito dopo, non può essere che il lascito di un happy hour un poco generoso. Nulla può guastarmi questo momento, questa mezz’ora di veglia in incognito.
A un tratto indulgo a un’inspirazione insolitamente profonda, di quelle che interrompono la regolarità del respiro di chi dorme e che – così mi è sempre piaciuto pensare – denotano il fantasma onirico di un’emozione. L’esperimento riesce, e lui risponde immediatamente facendo altrettanto.
È lì che mi sovviene un pensiero, o meglio una subitanea certezza. Ecco, la felicità è questo, sta tutta qui. Tutto mi pare incredibilmente remoto, ovattato, anestetizzato – la mia inesausta irrequietudine in cui giorni fa un amico ha creduto di ravvisare (dandomi non poco su cui riflettere) una blanda “stanchezza di me stesso”, i turbamenti degli ultimi giorni, le fami fugaci o insaziabili, la casualissima e discretissima irruzione nella mia vita di una vecchia conoscenza, il ricovero di R., i sensi di colpa… Tutto lontano, effimero – quello sì – quanto un sogno, smarrito nella dolcezza del ritmico enfiarsi e comprimersi della sua gabbia toracica, nei lievi suoni e movimenti del suo sonno.
Ma proprio quando mi convinco di non poter davvero avere o pretendere di più, oh, il suo collo prende a scivolare lento, piano piano, e la sua testa ciondola verso la mia spalla, sempre più giù, la vedo, la sento scendere, dai, ci siamo quasi… E per una volta non m’importa nulla della gente, della donna seduta davanti a noi che finge noncuranza e però si tradisce con il suo ostentato, deliberato evitare il mio sguardo desto e sornione… Quando, forse per l’allarme di un inveterato e dannatissimo orologio interno, l’approssimarsi della successiva stazione sveglia di botto il ragazzo, che – tenendo gli occhi serrati, per difenderlo dal suo ovvio imbarazzo – sento scostarsi decisamente da me e riprendere contatto con la realtà. Ma tu ti sei ripreso il mio contatto, la mia realtà. Pazienza. Su, ora l’ultimo atto. Prendo a muovermi e fingo di accusare il disturbo dato dal suo spostamento, quindi apro gli occhi e lo osservo di sottecchi.
E a quel punto è assolutamente folle il gesto rapido e persino sgraziato con cui lui si schiaccia contro il finestrino, contro di me, con il profilo che arriva a ostruire interamente il mio campo visivo a un palmo dal mio volto, per guardare la stazione fuori, prima di alzarsi con uno scatto e precipitare giù dagli scalini, senza voltarsi.
Foss’anche che Tu non fossi, non esistessi, e infine venisse all’oscurità che sei solo un mero, crudele miraggio autoallucinatorio prodotto dalla sete di uomini inadeguati alla vita, un fatuo pensiero d’Amore compensante i nostri indicibili vuoti e nulli, un’amorevole idea amata ma non amante, un surrogato ancor più insensato di quell’orrido nonsenso da cui cerchiamo scampo; se, ancora, fossi Tu il creato e non il creatore di chi si crede Tua creatura, il creduto che non crede, un bel sogno incubato per esorcizzare gli incubi e i realissimi demoni (del male non può dubitarsi) che infestano le nostre case e c’invasano, l’utopico Uomo perfetto, l’illusione idolatrica creata da tutti e soprattutto da ciascuno assommando all’infinito tutto ciò di cui siamo, insieme come nell’individuale intimo, ontologicamente privi, la proiezione metafisica di quella chimerica felicità che per un’intera vita cerchiamo senza neppur sapere cosa sia; se, infine e in fine, non fossi nient’altro che un’infida panacea, un trucco atto a ingannar la morte, l’alchimistico mitologico leggendario elisir di lunga vita, il placebo partorito per puntellare esistenze malate cui difetta un verace farmaco, un gioco adulto per tornare a sentirci bambini (sor)vegliati e vezzeggiati e per sempre al sicuro in braccia genitoriali… ecco: se tutto ciò fosse vero e Tu perciò non vero e io lo sapessi come so che morirò e ci credessi, ovvero non credessi, no, credimi, neppure così, nemmeno allora potrei sentirTi più lontano, indifferente e vacuo di quanto Ti sento ora.
Forse, tutto sommato, le parole di quella mia amica mi hanno scosso. C’è voluto qualche giorno (come s’è accorta R. – che vede meno cose ma quelle poche le trapassa e scruta come un laser – sono lento, in tutto), poiché sul momento non ho problematizzato né pienamente colto l’obiezione, ma alla fine pare che quella considerazione si sia scavata un varco nelle crepe della mia stolida e ostentata sicurezza fino ad arrivare al cuore.
Com’è possibile che Tu, Dio, cada nella tentazione di satana, dandogli in pasto Giobbe (Gb 1, 6-12; 2, 1-6)? Perché hai permesso, permetti che il demonio infligga ogni sorta di flagello e commetta orridi abomini nei confronti del Tuo irreprensibile servo? E ancora: nel farlo sei crudele oppure semplicemente, terribilmente indifferente?
A dire il vero, peraltro, non sono affatto certo che l’inquietudine degli ultimi giorni derivi da questo, dal risuonare in me di quella domanda. A terrorizzarmi davvero non è poi il dilagare del male nel mondo, come nel caso della mia amica, in quanto trovo che la libertà umana tale non sarebbe se non fosse declinabile in negativo proprio come lo è in positivo, e che il muto Tuo consentire non sia necessariamente prova di impotenza, disinteresse o complicità; è, questa, la vecchia immagine del Padre padrone, del despota giustiziere il quale, a ben pensarci, sarebbe assai più antropomorfo di quel Dio-Amore per cui la mia cara amica fatica a riconoscerTi. Non, non è vero che è stato l’uomo a ‘inventare’ l’amore e che Tu hai dovuto incarnarTi e farTi Uomo per divenire Tu Stesso ‘migliore’, “più perfetto” di quell’entità astratta e sola e temuta che eri prima. Questo, fossi pure io a peccare di superficialità e a difettare di un discernimento realmente emancipato e critico, non mi fa problema.
Ad angosciarmi è piuttosto il Tuo, almeno apparente, silenzio nei nostri cuori, il Tuo disertare la «terra deserta, arida, senz’acqua» del nostro spirito e della nostra carne. Non mi manca l’olimpico Zeus scagliasaette, ma una voce calda e costante che soffi sull’anima; ma potrei dire anche che provo una più fisica nostalgia del Te Incarnato, di Gesù, del Cristo, di un Figlio dell’Uomo che cammini e insegni e ami sulla stessa polverosa e sozza terra in cui anch’io cammino, mi sforzo di imparare e mi provo di amare. Non un freddo giudice che deliberi e proibisca (o punisca) dall’alto dei cieli, ma Qualcuno che sia qui con noi sempre, su cui posare il capo per riprenderci dalle fatiche del vivere quotidiano. Sì, un teologo ortodosso mi parlerebbe qui di Eucaristia, di Spirito Santo, di comunione spirituale e, probabilmente, anche del prossimo; ma non è questo che intendo, ciò di cui avverto la lancinante necessità. E non mi persuade in alcun modo la quasi consapevolezza che per me non cambierebbe nulla, che con ogni probabilità sarei – tendenzialmente più sul versante pilatesco, se mi conosco abbastanza – uno dei Tuoi tanti, increduli, farisaici assassini.

Folle il paradosso psico-teologico che mi porto dentro da tanto tempo a questa parte. Da un canto non ho mai dubitato, persino non mi è mai stato dato di dubitare della Tua verità ed esistenza. Credere, per me, è sempre stato come respirare: non una scelta consapevole, ma un dato oggettivo e non incrinabile – un dono e una grazia, direbbe un sacerdote. Non l’ho deciso io, mai, né potrei addurre prove di sorta, né è mai accaduto nulla di straordinario o di speciale nella mia vita… anzi: eppure, nonostante questo e molto altro, io so che Tu ci sei – e che la morte non esiste.
D’altro canto avvertire, sentire
Dove, dove sei… Tu?
Ho ancora in testa le parole di lui, quando ha detto che ha deciso di prendere in mano la sua vita e di cambiarla. Lo sta facendo veramente. E un rinnovamento deliberato è sempre in meglio, perché – si sia o meno nel giusto – attuato per fare ciò che si ritiene essere il proprio bene.
Io, invece, mi sono sempre lasciato cambiare dalla vita, più o meno incurante dell’esito.
Un alibi perfetto per disconoscere la paternità dei miei problemi.
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4 mesi di silenzio… per poi ricascarci di nuovo.
Tempo fa ben due utenti (Anonima bresciana e un altro ancor più anonimo), che spero ripassino di qui, hanno pubblicato un commento a Desideri rilevando la cronica mancanza di leggerezza che affligge il mio blog. Forse i più bei commenti mai ricevuti.
Devo ammetterlo: in qualche sottile piega della mia coscienza – non so perché – si celava il pensiero che, quando fossi tornato a scrivere qui, avrei un po’ mostrato e un po’ ritrovato una persona diversa, ma… ecco, l’ho fatto di nuovo.
L’ho scritto qui sopra, sono lento.
Non posso promettere nulla…
...ma ci proverò, ragazzi.
Grazie.