All'aurora ti cerco

Blog di un'anima
mercoledì, 11 febbraio 2009

Ain't no sunshine when He's gone

Mario StefaniFoss’anche che Tu non fossi, non esistessi, e infine venisse all’oscurità che sei solo un mero, crudele miraggio autoallucinatorio prodotto dalla sete di uomini inadeguati alla vita, un fatuo pensiero d’Amore compensante i nostri indicibili vuoti e nulli, un’amorevole idea amata ma non amante, un surrogato ancor più insensato di quell’orrido nonsenso da cui cerchiamo scampo; se, ancora, fossi Tu il creato e non il creatore di chi si crede Tua creatura, il creduto che non crede, un bel sogno incubato per esorcizzare gli incubi e i realissimi demoni (del male non può dubitarsi) che infestano le nostre case e c’invasano, l’utopico Uomo perfetto, l’illusione idolatrica creata da tutti e soprattutto da ciascuno assommando all’infinito tutto ciò di cui siamo, insieme come nell’individuale intimo, ontologicamente privi, la proiezione metafisica di quella chimerica felicità che per un’intera vita cerchiamo senza neppur sapere cosa sia; se, infine e in fine, non fossi nient’altro che un’infida panacea, un trucco atto a ingannar la morte, l’alchimistico mitologico leggendario elisir di lunga vita, il placebo partorito per puntellare esistenze malate cui difetta un verace farmaco, un gioco adulto per tornare a sentirci bambini (sor)vegliati e vezzeggiati e per sempre al sicuro in braccia genitoriali… ecco: se tutto ciò fosse vero e Tu perciò non vero e io lo sapessi come so che morirò e ci credessi, ovvero non credessi, no, credimi, neppure così, nemmeno allora potrei sentirTi più lontano, indifferente e vacuo di quanto Ti sento ora.

 

Forse, tutto sommato, le parole di quella mia amica mi hanno scosso. C’è voluto qualche giorno (come s’è accorta R. – che vede meno cose ma quelle poche le trapassa e scruta come un laser – sono lento, in tutto), poiché sul momento non ho problematizzato né pienamente colto l’obiezione, ma alla fine pare che quella considerazione si sia scavata un varco nelle crepe della mia stolida e ostentata sicurezza fino ad arrivare al cuore.

Com’è possibile che Tu, Dio, cada nella tentazione di satana, dandogli in pasto Giobbe (Gb 1, 6-12; 2, 1-6)? Perché hai permesso, permetti che il demonio infligga ogni sorta di flagello e commetta orridi abomini nei confronti del Tuo irreprensibile servo? E ancora: nel farlo sei crudele oppure semplicemente, terribilmente indifferente?

A dire il vero, peraltro, non sono affatto certo che l’inquietudine degli ultimi giorni derivi da questo, dal risuonare in me di quella domanda. A terrorizzarmi davvero non è poi il dilagare del male nel mondo, come nel caso della mia amica, in quanto trovo che la libertà umana tale non sarebbe se non fosse declinabile in negativo proprio come lo è in positivo, e che il muto Tuo consentire non sia necessariamente prova di impotenza, disinteresse o complicità; è, questa, la vecchia immagine del Padre padrone, del despota giustiziere il quale, a ben pensarci, sarebbe assai più antropomorfo di quel Dio-Amore per cui la mia cara amica fatica a riconoscerTi. Non, non è vero che è stato l’uomo a ‘inventare’ l’amore e che Tu hai dovuto incarnarTi e farTi Uomo per divenire Tu Stesso ‘migliore’, “più perfetto” di quell’entità astratta e sola e temuta che eri prima. Questo, fossi pure io a peccare di superficialità e a difettare di un discernimento realmente emancipato e critico, non mi fa problema.

Ad angosciarmi è piuttosto il Tuo, almeno apparente, silenzio nei nostri cuori, il Tuo disertare la «terra deserta, arida, senz’acqua» del nostro spirito e della nostra carne. Non mi manca l’olimpico Zeus scagliasaette, ma una voce calda e costante che soffi sull’anima; ma potrei dire anche che provo una più fisica nostalgia del Te Incarnato, di Gesù, del Cristo, di un Figlio dell’Uomo che cammini e insegni e ami sulla stessa polverosa e sozza terra in cui anch’io cammino, mi sforzo di imparare e mi provo di amare. Non un freddo giudice che deliberi e proibisca (o punisca) dall’alto dei cieli, ma Qualcuno che sia qui con noi sempre, su cui posare il capo per riprenderci dalle fatiche del vivere quotidiano. Sì, un teologo ortodosso mi parlerebbe qui di Eucaristia, di Spirito Santo, di comunione spirituale e, probabilmente, anche del prossimo; ma non è questo che intendo, ciò di cui avverto la lancinante necessità. E non mi persuade in alcun modo la quasi consapevolezza che per me non cambierebbe nulla, che con ogni probabilità sarei – tendenzialmente più sul versante pilatesco, se mi conosco abbastanza – uno dei Tuoi tanti, increduli, farisaici assassini.

 Paolo Troilo

Folle il paradosso psico-teologico che mi porto dentro da tanto tempo a questa parte. Da un canto non ho mai dubitato, persino non mi è mai stato dato di dubitare della Tua verità ed esistenza. Credere, per me, è sempre stato come respirare: non una scelta consapevole, ma un dato oggettivo e non incrinabile – un dono e una grazia, direbbe un sacerdote. Non l’ho deciso io, mai, né potrei addurre prove di sorta, né è mai accaduto nulla di straordinario o di speciale nella mia vita… anzi: eppure, nonostante questo e molto altro, io so che Tu ci sei – e che la morte non esiste.

D’altro canto avvertire, sentire la Tua presenza è sempre stato, per converso, terribilmente difficile, arduo, per lunghi tratti impossibile. Un po’ come sapere che qualcuno che amiamo vive ed è là, disperso nel mondo, da qualche parte, e al contempo non avere idea di come rintracciarlo.

Dove, dove sei… Tu?

 

Ho ancora in testa le parole di lui, quando ha detto che ha deciso di prendere in mano la sua vita e di cambiarla. Lo sta facendo veramente. E un rinnovamento deliberato è sempre in meglio, perché – si sia o meno nel giusto – attuato per fare ciò che si ritiene essere il proprio bene.

Io, invece, mi sono sempre lasciato cambiare dalla vita, più o meno incurante dell’esito.

Un alibi perfetto per disconoscere la paternità dei miei problemi.

 

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4 mesi di silenzio… per poi ricascarci di nuovo.

Tempo fa ben due utenti (Anonima bresciana e un altro ancor più anonimo), che spero ripassino di qui, hanno pubblicato un commento a Desideri rilevando la cronica mancanza di leggerezza che affligge il mio blog. Forse i più bei commenti mai ricevuti.

Devo ammetterlo: in qualche sottile piega della mia coscienza – non so perché – si celava il pensiero che, quando fossi tornato a scrivere qui, avrei un po’ mostrato e un po’ ritrovato una persona diversa, ma… ecco, l’ho fatto di nuovo.

L’ho scritto qui sopra, sono lento.

Non posso promettere nulla…

...ma ci proverò, ragazzi.

Grazie.

postato da Avgvst alle ore 22:45 | Permalink | commenti (8) / commenti (8) (pop-up)
categoria: de vita mea, animessaggi



Commenti
#1    16 Febbraio 2009 - 14:48
 
Mi sto per far del male, in fondo non a caso questa pagina è comparsa. Non so come tu sia, non so chi tu sia, ma ti leggo, provo a generare assiomi e parallelismi e valuto cosa scriverti, non di botto, non pesantemente, poichè le cattedrali necessitano passi silenti. Sono convinto che a lasciare tutto e rinunciare a tutto ci si trovi nella condizione unica di aver lasciato e rinunciato a tutto: non v'è evoluzione nell'osservare ma nel parlare di ciò che si è osservato. Non concordo appieno con "anonima Bresciana" che saluto ;) non ti vedo pesante, non vedo il bisogno di leggerezza, penso tu debba solo capire il tuo peso e farne il tuo equilibrio; talvolta nel soffrire e nel pesante cammino, troviamo più appagante una distesa di rovi che una corona di spine. Non vederti mai esagerato, sii Esageratamente; allora capirai il valore delle tue parole e il fatto che Gesù era li, in ogni passo, in ogni persona che hai incontrato per strada, in ogni Persona Immortale che sceglie di martirizzarsi tra gli uomini, in te, motore (im)mobile del dialogo.

E' tragico avere così poco spazio, rileggendo il commento par di leggere un'accozzaglia di frasi fatte. Son sicuro che un Gesù le renderà più chiare.

In Fede
utente anonimo

#2    16 Febbraio 2009 - 19:22
 
No, la tua non è affatto "un'accozzaglia di frasi fatte", ma una risonanza meditata, viva e rincuorante: grazie!
Solo mi lasciano l'amaro in bocca il tuo incipit, di cui non ho modo di cogliere il pieno significato, e il tuo anonimato.
Torna, per favore... :)
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#3    17 Febbraio 2009 - 10:18
 
Non aver amaro in bocca, quando vengono toccati certi punti chiami della riflessione bisogna essere consci e rendersi avvezzi al fatto che altre persone si pongono le medesime domande oppure hanno tra le mani risposte a cui non sanno dare orientamento. Quando poi si è così "leggeri" (concedimelo fine a sè stesso, senza vanto ne colpa) si tocca l'anima del passato e pensieri riaffiorano e mi ricordi la mia "giovinezza riflessiva" una freschezza di concetti sudati e penati che sfiorano le vene e fanno trasalire in un orgasmo di sensazioni e immagini. Per la seconda parte della prima frase è solo perchè il Destino mi guida, cioè il mio "Gesù" mi mostra le vie in cui immettermi per affrontare nuovi viaggi, percorsi e riflessioni. Ed eccomi dunque in una nuova Galassia (Nb l'idea del GALA come candido, bianco...leggero?) a essere il Dia-bolè... colui che tenta, che mostra i limiti...ci puoi giurare che tornerò.

In Fede
utente anonimo

#4    18 Febbraio 2009 - 16:46
 
credere e sentire.
dici di aver sempre creduto in Adonai, ma di far fatica a sentirLo. pare che io funzioni nel modo "contrario" al tuo, dunque: il più delle volte me lo sono perso per strada per aver creduto molto, ed ascoltato poco.
mi pongo ancora una volta il quesito, quesito che proprio con questo intervento per natura tragico-dolente ma per vocazione drammatico contribuisci a solvere: l'illusione psicologica, la tendenza a riempire i propri vuoti - specialmente affettivi - con surrogati e favole esiste. e va conosciuta.
va conosciuta perché vi si creda, e perché si comprenda e creda che gli idoli consolatòri son cosa diversa da d-o, pur confondendosi nella nostra mente con esso.

dette queste auliche stronzate, aspettami che arrivo.
lo sapevi che... con Shaddai ci si può parlare pure in più d'uno? - ma non dico in assemblea, dico in maniera informale, come in preghiera ma senza formule e senza distaccarsi dall'altro. se ti va, ci possiamo provare.
baruch sei du - che già sai cosa vuol dire, e fortunato, e più sereno.
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#5    18 Febbraio 2009 - 17:00
 
pardon, mi spiego: quando scrivo di essermi inaridita per aver "creduto troppo" intendo dire che ho creduto di poter trovare d-o soltanto in qualcosa di razionalmente geometrico, e perciò plausibile e logicamente perfetto anche se non dimostrabile; a scapito di della percezione della Sua presenza - già dimostrata invece con la presenza stessa, fattivamente quindi piuttosto che logicamente.
e questa percezione, questa vicinanza - o meglio comunione! - è quella cosa che ho sempre, con le debite precisazioni, vissuto come naturale ed ovvia.
la testimonianza del Battista d'altra parte ha valore ed effetto perchè esce dalla semplice plausibilità.
anche se, qualcuno potrebbe obiettare, a questo punto andrebbe aperta una parentesina: sull'idea che "la credenza in qualcosa possa rendere reale quel tal qualcosa", in certa misura...
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#6    19 Febbraio 2009 - 16:17
 
mmm, piuttosto interessante come visione e sensazione il "credere troppo", mi riporta alla mente vecchi discorsi su Shait-an. Direi mia discreta Cecilia2day che la tua ultima frase mi ha dato da pensare: "rendiamo reale quel tal qualcosa a cui crediamo così intensamente" come una possibile parentesi...
concedimi di aprirla questa parentesi, e che Seth mi sia testimone mentre la mia lingua tasterà con trepidante affilatezza la strada sabbiosa che il deserto delle incertezza mi offrirà.
Io Credo, si, credo. Io Avverto, affermazione di cui si è meno sicuri, meno esperiti. Io Ascolto, praticamente un salto nel vuoto, ben difficile da compiere a menti immature. Risultato: sicuri nell'essenza, insicuri nella comprovazione. La stessa frase genera l'errore. Apro la piccola premessa che non sto riferendomi ai vostri commenti ma alla generalizzazione del credere "medio". Perchè si crede ma si fatica ad "ascoltare"? perchè non crediamo. Perchè quell'affermazione comprovante ontologicamente l'esistenza di dio come di "colui che è per se stesso e per nessuna altra cosa poù essere" IO CREDO viene ricercata e affermata come domanda e comprovazione dell'idea affermata. Quando si smette di "credere troppo"? non quando si è riusciti ad ascoltare, non quando si hanno le prove del nostro credere, ma quando ci accorgiamo che ascoltando, non sentiamo null'altro che quello che già abbiamo udito. Allora si capisce che Adonay, forza prima dell'ontologica comparazione (sto intuendo il tuo orientamento filosofico o ne sono distante?=)) esiste e Vive (termine molto più archetipale) in quella stessa nostra affermazione: Io Credo e lo ascoltiamo nell'istante in cui l'unica parola che riusciamo a distinguere nel silenzio è: IO SONO, quindi IO CREDO, ecco che Egli, il Lord, vive , con, in, per mezzo della nostra esistenza che lo affermiamo e attraverso la quale lo percepiamo.

Chiedo scusa se risulto essere caotico ma è difficile accantonare determinate affermazioni che dopo anni di satanismo ritengo dimostrabili da per sè verso una visione più "generale" di supendi "credo" e filosofie meravigliose, senza risultare offensivo e al contempo manifestare il pieno rispetto verso chi scrive post e commenti così intelligenti e rispettosi.

In Fede
utente anonimo

#7    20 Febbraio 2009 - 00:00
 
Di tra le superne profondità in cui vi avvoltolate con tanta G/grazia e nelle quali - lo ammetterò senza remore - già inizio a smarrirmi, o miei dottissimi interlocutori, sento il desiderio di aggiungere solo una cosa.

Ciò che dite mi colpisce e mi dà da riflettere - ma temo che, rispetto alle intenzioni del mio post, si sia un po' usciti dal seminato. Non fraintendetemi: le vostre considerazioni mi hanno affascinato e mi lusingherebbe il fatto che continuaste a esprimerle qui, tuttavia vorrei anche rendere vivido il mio pensiero e il mio sentimento.

Anzitutto vorrei fosse chiaro che il mio credere, truistico nella misura in cui non ammette negazioni, non è un atto di volontà né ostenta 'troppismi' di sorta. Non mi definirei - per quanto mi è dato vedermi - dedito a una sorta di fideismo autoconsolatorio e infine onanistico, proprio per questo: perché questa mia intangibile e incrollabile fede, quella di cui parlo nel post, non consta di dogmatismi granitici né di salmodie ossessivo-compulsive. In un certo senso è qualcosa di atavico, di istintuale, un anelito e un palpito primordiale: un sapere, più che un credere; una conoscenza, una consapevolezza. Certo non una scelta.
Un'autopersuasione, mi si potrebbe ribattere: ma il punto è che, comunque la si ponga, è un qualcosa che mi determina, forgia, plasma come essere umano. cecilia2day ha citato il teorema di Thomas: "Se gli uomini definiscono reali certe situazioni, esse saranno reali nelle loro conseguenze". Ma allora la conseguenza del mio credere non dovrebbe risolversi in un sentire, in un avvertire autosuggestionato e allucinatorio?

E poi il Dio che so non è un'utopica e idealizzata perfezione geometrica, ma un Padre e insieme un Figlio amorevole. Che poi mi porti dietro delle immagini preconfezionate e distorte di Lui è un fatto - sono un uomo! Si cerca di fare il possibile, senza sclerotizzarsi e restando aperti al dinamismo dello Spirito che sempre ci supera e ci contraddice - nell'essenza quanto nel linguaggio che ci sono propri.

Un'ultima idea, questa volta sul sentire/ascoltare/avvertire/udire.
Personalmente, caro "In Fede" (dammi almeno un nick! :), non riesco a trovare consolazioni o comprovazioni nella tautologia "Io credo" o nella percezione del mio/nostro medesimo esistere; né, mia Cilietta, mi basta - perdonate la brutalità della mia schiettezza - la fraternità comunitaria. Amo amare i miei fratelli e sentirmi amato da loro, eppure provo anche una necessità squisitamente trascendentale da cui non posso prescindere: io desidero amare Lui personalmente, e da Lui, ancora personalmente, sentirmi amato, in modo diretto e immediato e divinamente umano. Gesù stesso si ritirava periodicamente a pregare in solitudine in luoghi ermi: la dicotomia comunità/romitaggio emerge in modo evidente dalla Sua vita. Ecco, è questo che io non riesco (più) a fare.

Ed è piuttosto quando mi pare di intravederLo nelle dinamiche sociali che vivo il dilemma di perdermi in illusioni e fatamorgana: perché, assodato che nei gesti e negli affetti quotidiani non è dato comprendere dove 'finisca' il prossimo e dove 'inizi' Lui, a quel punto rischio di crogiolarmi in travisamenti ben grossolani e non poco umilianti. Mentre nei rari momenti di tentata preghiera monastica (nel senso etimologico) fatico, nella mia attuale situazione, a ipotizzare fantasmi, granchi e proiezioni dell'inconscio: il pericolo da me sperimentato, qui, è allora quello di non sentire nulla punto, di esperire un'agghiacciante indifferenza tanto attiva quanto passiva (cioè subita).

O forse anche questo, il non sentirLo, più che una non-percezione (che starebbe a indicare un'effettiva assenza, una Sua deliberata non-Epifania) può essere una sensazione posticcia e ingannevole?
Non mi raccapezzo né capacito.

Ma non volevo interrompervi, sprattutto non così a lungo.
Riprendete, vi prego!: dove s'era rimasti? ;)
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#8    01 Marzo 2009 - 18:05
 
dottissimi interlocutori? più intelocutoria di me sa essere una tazzina di caffè (sai di che parlo :), casomai io son lenta - tanto che ancora non avevo nè risposto nè provato a rispondere.
lenta e misera, mi auguro però non mediocre; caratteristica detestabile tanto dal punto di vista cristiano quanto da quello satanista - già che siamo in ballo, balliamoci sopra.

cosa aggiungere a quanto hai detto, che è più corrispondente del previsto a quanto anch'io ho voluto intendere?
soltanto che il "sentire", per quanto possa apparir talvolta vago e non dimostrabile, presuppone un "discriminare": in quante occasioni abbiamo citato questo atto che sta a monte di tutti i nostri processi, scientifici o meno?
a tal proposito qualcosa è uscito anche nella mia ultima accozzaglia di pensierini.

poi, perché comprendere dove inizia un'entità e dove un'altra?
non è questa a mio parere la discriminante, appunto, corretta.
simili distinzioni di merito, pur necessarie, si formano da sè nel momento in cui sia chiara, piuttosto, la qualità dell'amore - beh, io penso e mi riferisco a questo trattando di relazioni tra uomo e uomo e tra uomo e dio - che rivolgiamo ad una persona.
ma diciamo pure interesse, attenzione, dedizione di tempo / risorse; se ci "sfanga" di più.
che mi importa e a che mi giova tracciare più chiaramente i lineamenti del d-o che interviene e viene dentro l'essere umano che incontro? mescolarli è forse più utile.
ma ho comunque, come sempre, la sensazione d'aver lanciato qualche sassolino sufficiente a far nascere curiosità, ma non a procedere sulla strada da te imboccata inizialmente...

... comunque sia, un provvisorio "a te la palla". a voi, anzi.
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Un giovane credente, un credente giovane. Cristiano cattolico. E omosessuale. No, non è un ossimoro...
...bentrovato, chiunque tu sia: è dall'aurora che ti cerco. Questo è il mio blog, il blog di un'anima. Ora che ti ho trovato non fuggirai subito subito, vero? Ricorda che un tuo commento o un messaggio sarà molto gradito! Ti auguro buona ricerca e buona vita.
Vale, anima.


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