Foss’anche che Tu non fossi, non esistessi, e infine venisse all’oscurità che sei solo un mero, crudele miraggio autoallucinatorio prodotto dalla sete di uomini inadeguati alla vita, un fatuo pensiero d’Amore compensante i nostri indicibili vuoti e nulli, un’amorevole idea amata ma non amante, un surrogato ancor più insensato di quell’orrido nonsenso da cui cerchiamo scampo; se, ancora, fossi Tu il creato e non il creatore di chi si crede Tua creatura, il creduto che non crede, un bel sogno incubato per esorcizzare gli incubi e i realissimi demoni (del male non può dubitarsi) che infestano le nostre case e c’invasano, l’utopico Uomo perfetto, l’illusione idolatrica creata da tutti e soprattutto da ciascuno assommando all’infinito tutto ciò di cui siamo, insieme come nell’individuale intimo, ontologicamente privi, la proiezione metafisica di quella chimerica felicità che per un’intera vita cerchiamo senza neppur sapere cosa sia; se, infine e in fine, non fossi nient’altro che un’infida panacea, un trucco atto a ingannar la morte, l’alchimistico mitologico leggendario elisir di lunga vita, il placebo partorito per puntellare esistenze malate cui difetta un verace farmaco, un gioco adulto per tornare a sentirci bambini (sor)vegliati e vezzeggiati e per sempre al sicuro in braccia genitoriali… ecco: se tutto ciò fosse vero e Tu perciò non vero e io lo sapessi come so che morirò e ci credessi, ovvero non credessi, no, credimi, neppure così, nemmeno allora potrei sentirTi più lontano, indifferente e vacuo di quanto Ti sento ora.
Forse, tutto sommato, le parole di quella mia amica mi hanno scosso. C’è voluto qualche giorno (come s’è accorta R. – che vede meno cose ma quelle poche le trapassa e scruta come un laser – sono lento, in tutto), poiché sul momento non ho problematizzato né pienamente colto l’obiezione, ma alla fine pare che quella considerazione si sia scavata un varco nelle crepe della mia stolida e ostentata sicurezza fino ad arrivare al cuore.
Com’è possibile che Tu, Dio, cada nella tentazione di satana, dandogli in pasto Giobbe (Gb 1, 6-12; 2, 1-6)? Perché hai permesso, permetti che il demonio infligga ogni sorta di flagello e commetta orridi abomini nei confronti del Tuo irreprensibile servo? E ancora: nel farlo sei crudele oppure semplicemente, terribilmente indifferente?
A dire il vero, peraltro, non sono affatto certo che l’inquietudine degli ultimi giorni derivi da questo, dal risuonare in me di quella domanda. A terrorizzarmi davvero non è poi il dilagare del male nel mondo, come nel caso della mia amica, in quanto trovo che la libertà umana tale non sarebbe se non fosse declinabile in negativo proprio come lo è in positivo, e che il muto Tuo consentire non sia necessariamente prova di impotenza, disinteresse o complicità; è, questa, la vecchia immagine del Padre padrone, del despota giustiziere il quale, a ben pensarci, sarebbe assai più antropomorfo di quel Dio-Amore per cui la mia cara amica fatica a riconoscerTi. Non, non è vero che è stato l’uomo a ‘inventare’ l’amore e che Tu hai dovuto incarnarTi e farTi Uomo per divenire Tu Stesso ‘migliore’, “più perfetto” di quell’entità astratta e sola e temuta che eri prima. Questo, fossi pure io a peccare di superficialità e a difettare di un discernimento realmente emancipato e critico, non mi fa problema.
Ad angosciarmi è piuttosto il Tuo, almeno apparente, silenzio nei nostri cuori, il Tuo disertare la «terra deserta, arida, senz’acqua» del nostro spirito e della nostra carne. Non mi manca l’olimpico Zeus scagliasaette, ma una voce calda e costante che soffi sull’anima; ma potrei dire anche che provo una più fisica nostalgia del Te Incarnato, di Gesù, del Cristo, di un Figlio dell’Uomo che cammini e insegni e ami sulla stessa polverosa e sozza terra in cui anch’io cammino, mi sforzo di imparare e mi provo di amare. Non un freddo giudice che deliberi e proibisca (o punisca) dall’alto dei cieli, ma Qualcuno che sia qui con noi sempre, su cui posare il capo per riprenderci dalle fatiche del vivere quotidiano. Sì, un teologo ortodosso mi parlerebbe qui di Eucaristia, di Spirito Santo, di comunione spirituale e, probabilmente, anche del prossimo; ma non è questo che intendo, ciò di cui avverto la lancinante necessità. E non mi persuade in alcun modo la quasi consapevolezza che per me non cambierebbe nulla, che con ogni probabilità sarei – tendenzialmente più sul versante pilatesco, se mi conosco abbastanza – uno dei Tuoi tanti, increduli, farisaici assassini.

Folle il paradosso psico-teologico che mi porto dentro da tanto tempo a questa parte. Da un canto non ho mai dubitato, persino non mi è mai stato dato di dubitare della Tua verità ed esistenza. Credere, per me, è sempre stato come respirare: non una scelta consapevole, ma un dato oggettivo e non incrinabile – un dono e una grazia, direbbe un sacerdote. Non l’ho deciso io, mai, né potrei addurre prove di sorta, né è mai accaduto nulla di straordinario o di speciale nella mia vita… anzi: eppure, nonostante questo e molto altro, io so che Tu ci sei – e che la morte non esiste.
D’altro canto avvertire, sentire
Dove, dove sei… Tu?
Ho ancora in testa le parole di lui, quando ha detto che ha deciso di prendere in mano la sua vita e di cambiarla. Lo sta facendo veramente. E un rinnovamento deliberato è sempre in meglio, perché – si sia o meno nel giusto – attuato per fare ciò che si ritiene essere il proprio bene.
Io, invece, mi sono sempre lasciato cambiare dalla vita, più o meno incurante dell’esito.
Un alibi perfetto per disconoscere la paternità dei miei problemi.
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4 mesi di silenzio… per poi ricascarci di nuovo.
Tempo fa ben due utenti (Anonima bresciana e un altro ancor più anonimo), che spero ripassino di qui, hanno pubblicato un commento a Desideri rilevando la cronica mancanza di leggerezza che affligge il mio blog. Forse i più bei commenti mai ricevuti.
Devo ammetterlo: in qualche sottile piega della mia coscienza – non so perché – si celava il pensiero che, quando fossi tornato a scrivere qui, avrei un po’ mostrato e un po’ ritrovato una persona diversa, ma… ecco, l’ho fatto di nuovo.
L’ho scritto qui sopra, sono lento.
Non posso promettere nulla…
...ma ci proverò, ragazzi.
Grazie.
È in momenti come questo, quando mi fa male l’anima, che torno a Te; ancora e ancora, così, sempre, come un bambino che tenda alla mamma il braccino ferito. Ma per me non si tratta d’un braccio, Dio, né è sangue quello che – immagonito e terrorizzato – vedo scorrere fuori, via da me. No: è la mia stessa anima che, tremula e dolorante, prende a balzare e si slancia verso Te, rispondendo alla Tua consolante chiamata. Ma la mia gravità mi trascina di nuovo a terra, cosicché a ciascun salto segue – ogni volta – un’abietta caduta: perché – lo sai – pur convinto che da qualche parte ci sia, mai mi riesce d’avvistare un appiglio, l’angelo mandato a sostenermi o almeno ad attutire l’impatto; oppure, chissà, son proprio io a cercare i (miei) demoni discendenti per scongiurare quelle celesti vertigini. Fatto sta che precipito, e che ogni nuovo schianto è più violento del precedente – poiché più in alto m’ha spinto l’anelito.
Mio Dio, sanguino tempo: e l’indicibile spreco di questa emorragia biografica mi duole ancor più della stessa ferita, della caduta medesima. Padre, io tengo duro, vedi, ma Tu, Tu ci tieni – Tu mi tieni davvero?

Tuo figlio fu condotto dallo Spirito nel deserto, ove subì un’antitrina tentazione (Mt 4, 1-11): l’induzione al peccato contro Se Stesso (il tramutar le pietre in pane, asservendo lo spirito alla carne), contro lo Spirito Santo (lo sfidare gli angeli del cielo) e contro Te, Padre (il rinnegarTi, l’adorare Satana per divenire dio di questo mondo). Ma all’uomo, dopo l’originale cacciata dall’Eden (perché lui cadde!), spetta per converso di strisciare nel fango con il serpente, e d’essere talora condotto nel deserto, in cima al pinnacolo d’un tempio, per ricevere da Te divini conforti. Cristo fu tentato (da Satana), e Si consegnò interamente alla Sua passione fino a morire in croce, in quanto retto e puro; l’uomo è confortato (da Te) perché sviato, macilento e fondamentalmente incapace di passioni salvifiche.
Eppure, una volta conquistata la nuova cima, il Tuo conforto non mi preserva dal perdere infine l’equilibrio – non so come, ma succede sempre – e dallo sfracellarmi sulle pietre ai piedi del tempio, dove già so che dovrò riprendere daccapo l’ascesa. Tuttavia non la lena ‘sprecata’ del precedente conato, né la nuova fatica che si prospetta, né il panico dell’ennesimo tonfo mi frenano; a tentarmi alla rinuncia è invece questa desolante solitudine che sempre accompagna il cammino. Sarà anche ingenuità fanciullesca, la mia, ma ho sempre pensato che – qualora si cadesse comunque – un volo a due sarebbe assai meno pauroso: perché in quella disperata lotta a mezz’aria tesa a proteggere l’altro, a farsi suo scudo e cuscino, a contenere i suoi danni e le sue ferite a costo di massacrarsi, di esasperare i propri, il proprio dolore passerebbe in secondo piano fin quasi a scomparire, a non sentirsi più. Se proprio devo maciullarmi sulle rocce, Signore, vorrei almeno che avesse un senso, farlo per qualcuno che amo: e qualora questi dovesse trarre anche il minimo giovamento, il più minuscolo beneficio dal mio essere al suo fianco, ecco, allora credo – credo – che sarei pronto anche al tonfo ultimo, quello da cui più non ci si risolleva; ovvero da cui più non si cade. Perdonami, ma mi è impossibile non pensare che un’unica caduta, ancorché breve, vissuta al fianco d’un altro varrebbe inestimabilmente più di mille lunghe, lente salite da solo. La vera passione è un amore fedele e incapace di (rin)negarsi, portato alle estreme conseguenze: e l’uomo savio sa c’è più gioia nel cadere d’amore che nell’ascendere di solitudine.
Non voglio mentirTi (come farlo?): quindi sì, non posso soffocare l’onesto dubbio che in realtà, contrariamente a quanto detto poc’anzi, ogni schianto sia meno doloroso del precedente: anche se ho la sensazione di cadere sempre sugli stessi sassi, forse è vero invece che ciascun volo s’arresta un istante prima, un gradino più in alto, un poco più su. E sebbene più e più alta sia la vetta da cui precipito, pure le passate cicatrici e i calli della vita rendono un poco meno devastante il rimbalzo. Eppure ciò non rende meno terrifico, meno buio, meno solitario il vuoto in cui m’inabisso.
Recita il salmo 138:
«Dove andare lontano dal tuo spirito,
dove fuggire dalla tua presenza?
Se salgo in cielo, là tu sei,
se scendo negli inferi, eccoti».
Padre, perdona questo mio peccato, ma allorquando io Ti trovo, o così mi pare; allorché sento le Tue risate nel mio cielo e i Tuoi singhiozzi nei miei inferi; qualora persino non avvertendo
È ciò a farmi precipitare.
Desso è il tempo in cui e che sanguino.
Bene o male che sia è questo amore anonimo, questo non-lui a imprigionarmi, a invilupparmi nel mio non-io.
E per quanto mi sforzi o mi abbandoni a fidarmi e confidare, finché dovrò negarmi non potrò affermarTi.
Fino a quando, Signore…?
Dove sei, Papà?
Perché non mi parli più?
Perché non riesco a sentirTi?
Sì, vedo chiaramente la presunzione, poi il pizzico di malizia insiti nella “strategia spirituale” (appunto) che ho adottato negli ultimi due anni. Perché è terribilmente sciocco pretendere di addomesticarTi, innalzandoTi fastosi templi che poi non si visiteranno. Io l’ho fatto, lo faccio: trascorro interi mesi immerso nell’alchimia degli incensi, a studiare essenze nuove e stordenti con l’alibi di poi offrirTele, di fare tutto ciò per Te solo; ma quando finalmente m’incammino per recarTeli mi accorgo di aver dimenticato la via per il tempio. No, gli sporadici ritiri in convento servono a poco o nulla se ancor prima non facciamo del nostro spirito un cenobio lindo e accogliente ove Tu possa ritirarTi. Perché a distinguere il pellegrino dal turista della religione è sostanzialmente una misura di capienze: se il secondo si fa contenere dai luoghi sacri che visita, li abita – per così dire – pro tempore e vi proietta le sue suggestioni, imponendo loro la sua propria volontà, il primo, per converso, ne introietta l’ubiqua sacralità,
Ecco: sono stato, mi sono sentito un turista per quasi tutto il tempo.
Tu non c’eri.
So che eri lì per me, come lo sei sempre per tutti noi, ma non eri con né in me – e nemmeno ora lo sei.
D’altronde è pur vero che non avrei saputo dove e come cercarTi altrimenti, e tuttora le motivazioni che mi hanno animato mi paiono in gran parte buone… allora perché questo deserto?
Tu mi stai cercando, ne sono convinto; perché non c’è uomo che sia escluso dalla Tua divina cura (ferma restando, certo, l’umana libertà di rigettarla); ma proprio per questo, forse, a forza di cercare ho finito per dimenticare la docile umiltà del lasciarsi trovare.
Eppure non è questo, non solo.
Mi sovvengono mille e mille ragioni in grado di spiegare, almeno in parte, questa angosciosa solitudine, tutte però riconducibili, essenzialmente, a una sola causa originale: la pressoché assoluta privazione di momenti di silenzio, di raccoglimento. Già, perché – so che Tu lo sai, Signore, ma la cara lettrice che mi hai dato / amica che mi stai dando non può esserne al corrente – durante la settimana che ho trascorso in convento si è tenuto un seminario, una serie di lezioni a tema; non ne dirò di più, non è questo che mi preme. Ebbene, il convento è stato letteralmente preso d’assalto dagli ospiti convenuti, per giunta tutti anzianotti, cosicché i presunti e previsti “esercizi spirituali” (così pubblicizzati, ritengo, per svista, ancorché parecchio vistosa) non si sono visti punto; mentre il tutto ha preso la forma di una vacanza alternativa, di una convivenza un po’ caciarona. No, non è stato un ritiro: e qui posso ben riscontrare, Signore, una causa plausibile della desolazione che mi ha afferrato e che più non mi lascia. Perché, giunto lì per ascoltarti, de facto sono rimasto assordato tanto dalle vane chiacchiere degli uditori quanto dalle dotte affabulazioni del relatore: condizioni effettivamente proibitive oppure mio limite, fatto sta che in tanto rumore non ho saputo ascoltarTi; figurarsi che non mi è riuscito neppure d’ascoltare me, cosa che nel tran tran quotidiano mi è naturale come respirare.
Nessun ritiro, dunque. E tu non c’eri.
Il prossimo, incontrarTi nel prossimo… già. Questo è sempre stato e sempre sarà il mio tallone d’Achille. Mai mi ha abbandonato il dubbio che la mia inguaribile esigenza di silenzio e solitudine – parlo qui di solitudivina, di quella abitata da Te, non dello squallido deserto che sto attraversando – sia uno specchietto per le allodole o meglio per me stesso, una forma narcisistica e autocontemplativa di ego(t)ismo: l’ultima parola spetterà al tempo, vale a dire a Te (se imparerò ad ascoltarTi).
Tuttavia la fraternità vissuta con i frati e con gli altri giovani volontari è stata un’esperienza meravigliosa: ed è senz’altro qui che ho ricevuto le grazie e i benefici più grandi. Di questo dono Ti sono grato, anche se non quanto dovrei e vorrei.
Dando loro una mano, tra l’altro, ho vissuto una vera e propria riscoperta del lavoro manuale: e solo adesso comincio a realizzare che il servizio ai tavoli, il lavaggio delle stoviglie, la pulizia dei locali e delle camere sono stati le uniche vere preghiere che io abbia saputo elevarTi in questi giorni. Non nelle conferenze teologiche, piuttosto nel ramazzare pavimenti Ti sentivo un po’ meno lontano: perché così strofinando e pulendo avevo come la sensazione di nettare un po’ anche la mia anima. Analogia ingenua e romantica? Tutto sommato credo di no: nella fatica fisica pensavo a Tuo Figlio, falegname, alle assi che tagliava e assemblava levigandole con i Suoi divini pensieri. Nel lavoro manuale il cuore non ha di che insuperbirsi: vola basso, non s’innalza al cielo in spirali d’ispirata ascesi, permettendoTi allora di scendere e di andargli incontro. Non noi saliamo a Te, ma Tu sei sceso e ancora e sempre scendi umilmente a noi.
In definitiva, però, i motivi che ho addotto per spiegare il vuoto che avverto non sono che sterili cerebralismi psicologici: per quanto lucide, per quanto plausibili ed eleganti, le risposte che ipotizzo eludono, annacquano, sviliscono e di fatto travisano quella che è LA domanda. L’assetato ha bisogno d’acqua, non di capire perché e come disseti e perché la sua privazione comporti la disidratazione – sarebbe anzi una tortura.
E tutto sommato è poi folle, da parte mia, fare il processo alle cause: la verità è che, a prescindere da tutte le pur lecite difficoltà che ho incontrato, avevo la testa altrove. Tu non c’eri, sì, ma il punto è che neppure io ero presente. Anche nella più assoluta clausura, probabilmente, nelle mie attuali condizioni Ti avrei sopraffatto con i miei distratti singhiozzi.
Basta.
Una considerazione: pur sapendo che l’esito sarebbe il medesimo, ora più che mai avverto il bisogno di un autentico ritiro, e tremo al pensiero che potrebbe passare un anno prima di avere un’altra occasione simile; e per allora la mia anima potrebbe versare in condizioni ben peggiori.
Un conforto: amo credere che presto scoprirò la solitudine di oggi essere una Tua imperscrutabile sollecitudine. E se è così sono pronto a sentirmi anche più solo, purché Tu sia sollecito. Non tardare.
Un timore: mi spaventa a morte l’idea di tornare al lavoro domani, di riprendere la solita vita, di rinchiudermi in quell’ufficio. Già so che una volta ancora mi lascerò trascinare dall’inesorabile scorrere della quotidianità, che ogni cosa tornerà a passarmi attorno e a scivolarmi addosso senza alcun preciso senso o significato. Non voglio vedere questo baratro che mi separa da Te allargarsi ulteriormente, per giunta con le mie omissioni o persino complicità. Non permetterlo, Dio, Ti prego. Mi sento vuoto, scarico, abulico – con quest’unica eccezione: la voglia, la volontà di intuire
Una richiesta: “Chiedete e vi sarà dato”. Ecco, io Ti chiedo di chiedermi. Non di parlarmi, se non vuoi, non di farmi capire, ma di domandarmi, ecco, sì, di manifestarmi quell’insulsa particina del Tuo progetto che mi riguarda direttamente. Sono stanco di questa stanchezza vacua, insapore e incolore. Stancami Tu, con piccoli e umili lavori che siano alla mia portata e che io senta essere utili, buoni, giusti. Ho bisogno del senso che Tu solo puoi dare alla mia vita. E non è sul ‘come’, ma sul ‘quando’ che mi permetto di farTi un po’ di pressing: davvero, Signore, non ne posso più di non sapere chi io sia e cosa desideri.
Ma prima abbracciami, Papà.
Mi manchi, e io mi sento mancare.

Due temi della liturgia di questa domenica, a tal punto avvinti fra loro da poter quasi essere considerati tutt’uno, sono senz’altro la solitudine il silenzio.
Elia (1 Re 19, 8-13) si ritirò un giorno sul monte Oreb; per sfuggire alla morte, certo, ma anche – non avendo, come il Figlio dell’uomo, «dove posare il capo» – per rifugiarsi presso di Te, presso il suo solo, ultimo e primo baluardo; e Tu, puntualmente, ti palesasTi a lui, nel modo in cui sempre hai fatto con i profeti e con l’uomo tout court: nel deserto e nell’isolamento.
E una sera di 2000 anni fa Tuo Figlio (Mt 14, 22-33) – Tu? In questi animessaggi mi è spesso arduo intendere a Chi debba o intenda rivolgermi: confesso che quando penso alle Tue (Vostre?) Persone finisco per perdermi!, – dopo aver moltiplicato i pani e ordinato «ai discepoli di salire sulla barca e di precederlo sull’altra sponda», congedò la folla e quindi salì «sul monte, solo, a pregare», dove rimase e vegliò fino al«la fine della notte» (v. 25). Una consuetudine radicata e frequente, questa dei ritiri spirituali, che nei Vangeli è annotata più volte: pur senza negarSi alla gente, Gesù non mancava di raccoglierSi spesso in solitudine per pregare – ossia per parlare con Te, Padre.
Sì, Tuo Figlio annunciava la buona novella, ammaestrava le folle, guariva i malati, insegnava nelle sinagoghe, operava miracoli e prodigi mai visti prima; ma tutto ciò senza staccarSi un solo istante da Te; Voi, Amante e Amato, eravate e siete ‘una cosa sola’, un Dio trino nell’unico Amore. Quando si afferma che Gesù insegnò all’uomo a pregare, troppi pensano esclusivamente al Discorso della Montagna e alla preghiera del Padre nostro; quando in realtà ogni istante della Sua vita fu di orazione. Sì, in una prospettiva strettamente bifasica – assai diffusa e peraltro non priva di criterio – la vita activa e quella contemplativa sono pensati come due momenti distinti del cammino cristiano: raccogliendosi in solitudine, il fedele tempra il proprio spirito consacrandosi all’ascolto e lasciandosi avvincere dallo Spirito (e qui – forse a sproposito, ma tant’è – mi sovvengono due bellissimi versi di Pervinca, una poesia del Pascoli: «So perché sempre ad un pensier di cielo / misterioso il tuo pensier s’avvinca…»); alito creatore e ricreativo che poi lo sostiene e ispira nella carità quotidiana del suo umano agire. Eppure sarebbe errato, credo, adottare la grezza e rigida concezione di un divario, di una scissione temporale e soprattutto spirituale: Gesù (e dopo di Lui i religiosi vocati al monachesimo) veniva in soccorso all’umanità, le prestava reale e fattivo aiuto ancora nell’atto stesso di invocare il Padre nel segreto; così come ogni Suo gesto misericordioso, ogni carezza, ogni taumaturgia era il più tenero e spirituale Amen, un intimo bacio al Padre.
I due atti, la fede (che è poi preghiera costante) e le opere, si compenetrano, si agiscono, confermano e realizzano a vicenda; esattamente come Voi, Padre e Figlio, siete inscindibili sistole e diastole dell’unico, divino e amorevole palpito.
Preghiera, quindi. Dunque: tempo. Per Te e per se sessi – altri termini inseparabili. Ed è qui che volevo arrivare: trovo io tempo per Te, che mi hai dato il tempo e che tempo mai cessi di dare alle mie acerbità, a quell’incostanza che è forse una delle poche costanti della mia vita?
Prima d’essere imitazione fattuale di Cristo, prima che umile richiesta, prima ancora che pio ringraziamento, persino, la preghiera è ascolto di Te: come sapeva quella buona Maria che aveva scelto «la parte migliore»; perché solo chi dapprima ascolta ha poi davvero qualcosa, qualcosa di vero da dire. Nemmeno nella preghiera sono il protagonista, il soggetto, il centro della mia vita, come il mio ego si compiace e lusinga di credere, giacché nei momenti di grazia – che personalmente ho conosciuto in occasioni più uniche che rare (per mia sola mancanza) e nei quali l’anima, vincendo ogni aridità, assaggia l’eterno – è lo Spirito Santo (Tu!) a venirci incontro, a pregare attraverso di noi; semplicemente perché l’uomo non ne è capace («Cos’è l’uomo perché te ne curi?»). Tendere a Te è anelito buono e santo, ma non basta, anzi è vano se non sappiamo discernere quella che, a priori, sopra e prima di noi, è
E di queste consapevolezze, per me straordinarie, così come di quel poco che so sulla preghiera, ringrazio l’anonimo Certosino autore del testo Il mio cuore cerca il Tuo Volto (scaricabile in formato pdf e Word zippato) – da apprezzare nella sua integralità ma nel quale rimando in particolare al paragrafo “Lo Spirito stesso prega in me”. (Nello stesso sito, http://www.certosini.info/ – sezione “Meditazioni”, consiglio poi anche Amore e silenzio del Certosino Jean-Baptiste Porion).
Io non so pregare. Lo dico nel senso proprio: non so, non mi deciso ad acconsentire a che lo Spirito preghi attraverso di me, trasfigurandomi. Oh, con le parole sono tanto, pericolosamente bravo, pur con tutta la mia ignoranza e il mio piglio naïf mi rendo perfettamente conto di quanto bene sappia sguazzare in quella che oserò definire una piccola e spicciola teologia (e che amo, con il cuore, credere un Tuo dono, perché di me mi pare la qualità in assoluto più bella e preziosa). Ma se veniamo alle opere, ai fatti, Signore… ahimè! Lo sappiamo; già. Ma io persisto a fare lo gnorri e fingo un’ingenuità ormai stantia, non è vero?
E… no, davanti al tribunale della mia coscienza (per certi aspetti illegittimo, lo so, ma ho un buon Paraclito!) non potrei mai addurre a mo’ di prove i miei animessaggi. Per almeno due ragioni.
La prima è che, in tutta onestà, s’impone un serio quesito: quanto c’è di Te, realmente, in questo blog dell’ego? Quanta Parola fra tante parole mie? Senza sosta e con la convinzione di farlo a e per Te io scrivo, scrivo, scrivo; così come penso e parlo. Ma sono sempre e ancora io, io, iii-ho. Mi si conceda pure l’attenuante dell’immaturità, di una sostanziale incoscienza: forse non rischio di far qui la voce grossa, parlandomi e -Ti addosso (l’ordine non è casuale) come un fiume in piena, dissimulando abilmente il destinatario e usando Te, mio Dio, quale maschera, mezzo e alibi? Insomma: mi spaventa terribilmente l’ipotesi che questo pretenzioso blog di un’anima sia, almeno in parte, un monologo, un soliloquio autoreferenziale ed egotistico, un tempio pagano al mio (d)io; eppure resta un’illazione che, per quanto brutta e dolorosa, non mi sento di buttar via a cuor leggero, non in toto almeno.
E poi c’è la seconda ragione, subdola e imbarazzante quanto la prima e che, infondo, non ne sarebbe poi che la naturale propaggine, una declinazione: in quanto pubblico, a onta dell’anonimato, il mio blog potrebbe addirittura nuocere a una piena intimità e talora far magari mercimonio di pensieri e stati d’animo che invece dovrebbero rimanere riservati, celati e meditati nel Tuo/mio cuore. E se io traessi una qualche forma di lucro da tutto questo, in forma di esposizione, di ostensione, di vanità appagata, di narcisismo autocontemplativo? D’accordo, ho una sola lettrice, ma è l’idea che conta adesso. Non posso escludere che in me, anche solo a tratti, pesti i piedi un piccolo, esecrabile esibizionista.
Qui, Signore, davvero io no: solo Tu sai.
Per l’una e per l’altra, comunque, fa’ di no, Padre: Ti prego. So bene di non essere un puro: è dunque un ‘far di no’ dinamico e trasformante, quello che Ti chiedo.
Per favore, prega per (mezzo di) me.
Tra pochi giorni mi regalerò qualche giorno di tranquillità in un luogo sano e – spero – non privo d’angoli atti a fare silenzio e ad ascoltare. Dopo le tante urla e i troppi gracchi elettrostatici dell’iodiffusione e dell’iovisione, che in questi ultimi mesi mi hanno parecchio sopraffatto (pazzesco, ora parlo di me in forma impersonale: non mi starò discolpando?), spero di riuscire a sintonizzarmi ancora una volta sulla tua lunghezza d’onda, sulla frequenza della Tua raDio; o, meglio, che questa si lasci captare fin nei luoghi reconditi e magneticamente sporchi in cui ultimamente ho finito per recludermi.
Una raccomandazione: giacché l’apparecchio s’è un po’ arrugginito, Ti pregherei di amplificare il segnale con qualche ripetitore o antenna. Sai, giusto per andare sul sicuro. Per essere certi che i miei schermi e le mie interferenze non guastino le Tue trasmissioni.
Aggiungi il Tuo fattore D- alla mia -iodiffusione.
Sii raDio-so.
Più persevero e più mi rendo conto che questo blog è infondo una forma di terapia riconciliativi (con Te e con me stesso, le due si sussumono a vicenda), di sacra autoanalisi: un iD-ioma estroiettivo.
Spero che i miei animessaggi Ti piacciano. Del resto, almeno per quanto ne so, non è che Tu abbia granché da leggere. Comunque non dubito che talora potresti anche fare una capatina e, perché no, magari anche lasciarmi un commento, un’ispirazione per tramite del mio prossimo virtuale, dei miei generosi visitatori. Non che io ne sia degno, s’intende, ma Tu sei ‘fatto’ così: ami e basta, e più Ti consentiamo di darci e più da dare hai.
Mi ha sempre affascinato questa specialissima (A)ma-tematica divina, che non conosce le umane sottrazioni e divisioni e si conforma invece a una logica squisitamente incrementale, procedendo per somme, prodotti e salti esponenziali. L’esempio storico più lampante ne è certamente la moltiplicazione dei pani e dei pesci: lì Tuo Figlio ha dato inconfutabile prova del Vostro curioso modo di far di conto. Niente divisori e dividendi, niente resti, niente meno: la sola addizione Ti si addice. Non potrebbe essere altrimenti: perché la quintessenza di questa (A)ma-tematica – se è il caso di specificarlo – è Il Tuo divino Amore,
E in senso allegorico mi pare bello pensare che, nell’episodio dell’adultera (Gv 8, 1-11), laddove Gesù compie l’enigmatico gesto di «scrivere con il dito per terra», Egli fosse proprio immerso nei Suoi divini calcoli: non a caso ne entrò e poi ne uscì per sventare la lapidazione della donna.
Ma, anche se non conosce che aggiunte e funzioni crescenti, resta pur sempre un’aritmetica, un vangelo perdente: si può ben dire che Ti sei ‘fatto’ in Tre per noi, eppure non c’è stato santo che tenesse. Non solo Tu sei morto in croce – funzione onniredentiva – ma dopo di Te un’infinita schiera di martiri, per darTi testimonianza, ha bagnato e benedetto con il proprio sangue questa terra arida. Nulla, tuttavia, può fermarTi: di qualsivoglia sconfitta Tu e Tu solo sai fare una celeste vittoria.
Mettersi alla sequela di Cristo ed entrare nell’ottica evangelica, in questa prospettiva, è un po’ come tornare sui banchi di scuola e imparare
Assai di rado, in verità, mi comporto come un Tuo addendo, cioè come uno dei Tuoi figli. Mi riconosco per ciò che sono: un discente recalcitrante, refrattario, indisciplinato, cocciuto e terribilmente incostante. Al contempo, però, mi diverte l’idea di essere per ciò stesso uno degli allievi a Te più cari e preziosi; mi spiego. L’(A)ma-tematica divina è magnificamente esposta nel Discorso della montagna (Lc 6, 17-49: v. in particolare vv. 27-38):
«Se amate quelli che vi amano, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso. […] Amate invece i vostri nemici […] e sarete figli dell’Altissimo; perché egli è benevolo verso gl’ingrati e i malvagi. Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro».
Come potrebbe un simile Maestro ritenerSi pago di ammirare i progressi e la santità dei discepoli già ligi e irreprensibili, ammesso che ne esistano? Certo Ti compiacerai di loro, ma nondimeno nulla e nessuno scalzerà mai dal Tuo cuore di Padre le pecore smarrite, i figli prodighi, per i quali anzi usi moltiplicare senza risparmio le attenzioni, le cure e le consolazioni. No: proprio a costoro Ti dedicherai con più premura, perché è nella vocazione di ogni genitore – quando dicesti che siamo a Tua immagine…! – affannarsi più per le pene del figlio disgraziato che non gioire per i successi del figlio modello. È in loro soli, nei discoli che puoi manifestare, trasfigurare
E di tutto ciò, ecco, quale prova più eclatante ed emblematica se non questo stesso post, questo blog, se non il fatto che tali verità – che promettesti appunto di rivelare ai piccoli e ai diseredati – le sussurri alle orecchie di uno come me, l’ultimo e il più sbandato dei Tuoi figli?
All’aurora Ti cerco: e Tu – Te ne prego – Tu vieni a trovarmi all’aurora. Perché sono ancora intriso e dolorante della matematica umana, con una pagella – che però Tu non tieni né guardi – piena di votacci e insufficienze, nonché sempre pronto ad affibbiare agli altri note di demerito nel mio personale, stupido registro di classe. Continuo imperterrito a ragionare per privazioni, non per somme, conducendomi come un avido ladro con le mani nella borsa. E anziché diminuirmi perché Tu possa crescere, mi ostino a gonfiarmi a spese Tue e del mio prossimo; pur sapendo che ciò non solo non è degno di Te, ma neppure di me, così come di ogni Tuo figlio.
Fa’ pure i Tuoi conti con me, ma insieme insegnami a contare su di Te.
Scrivi con il Tuo dito nel mio cuore adultero. So che puoi farlo, ne sono (a)ma-tematicamente certo.
Difendimi: non permettere che mi lapidino o, cosa più probabile, che io lapidi me stesso.
Ferma le pietre che scaglio e, se è nei Tuoi disegni, anche quelle che vengono lanciate contro di me.
Parla, fa’ compagnia alla mia solitudine.
All’aurora trovami, Papà.