Scrivere per il gusto di scrivere: solo questo ho voglia di fare ora. Senza alcuna pretesa o presunzione di districare l’aggrovigliata matassa coagulata nel mio cervello pulsante quanto un cuore. In fondo è da parecchio che non lo faccio più, tanto da temere di non esserne più capace. Chissà, forse l’epoca degli animessaggi è già finita, esauritasi per autocombustione; o forse questi mi attendono giusto dietro l’isolato, oltre questa promenade che davvero non saprei se paventare o desiderare essere di mera transizione. Ma è un quesito su cui non ho punto intenzione di arrovellarmi, e poiché già sento i pensieri convergere lì, levarsi a Te, preferisco mettere il tutto in stand by e voltarmi altrove. Piuttosto, ecco, parlerò un po’ con me stesso. Leggerezza, baby.
Adesso sono un ragazzo-squillo (squillo del cellulare, né!), un modello (agli occhi di una borderline dolce quanto sfasata, che a questo punto non potrà più esimersi da quella benedetta visita oculistica che rimanda da troppi mesi), un escort – come ieri fa mi ha scherzosamente definito lei, le cui fusa telefoniche mi fanno sorridere ancora adesso. E dico queste cazzate perché, se mi è consentito un pensiero di cui colgo pienamente la futile frivolezza (e che per giunta mi piace proprio per questo), sento un inarrestabile bisogno di levità, di semplicità, addirittura oserei dire di superficialità – vizio che, per inciso, ho sempre esecrato a morte negli altri. Oibò, il ‘pensone’ si è stancato di strombazzare i gravi delle sue profondità baritonali e per una volta, se non più d’una, ebbro di un afrodisiaco elio vuol darsi alla spensieratezza di più disimpegnati squittii…
Eccomi allora allegro, argentino, svolazzante, gaio – ma sì, come direbbe ancora lei, chi se ne incula. Ai problemi e a pesantori della vita è decisamente più sensato contrapporre l’elemento opposto, un senso dell’umorismo autoironico e vagamente sciocchino; se non puoi incantare quelli, puoi però ingannar te stesso – il risultato è poi il medesimo. Ma no, dai, non si tratta neppure d’un inganno, di uno stratagemma autoconsolatorio: non ti nascondi la (né alla) realtà, semplicemente abbracci una sorta di pensiero parallelo, fonte di ogni creatività ed empowerment, e scopri che defenestrando la zavorra che ti ruzzola proditoriamente fra i piedi riesci a librarti al di sopra di ogni peso specifico, anche il più oneroso e insostenibile, e ad analizzarlo non solo con maggiore distacco, ma anche con più lucidità. È sciocco sobbarcare una materia già di per sé grave a ulteriori oneri e gravami; meglio prenderla in giro, farle il solletico, canzonarla senza troppi scrupoli e complimenti. È pacifico che resterà quella stronza che è sempre stata, ma almeno in questo modo non potrà contagiarti e farti diventare come lei: tetro, musone, scorbutico – insomma, uno stronzo.
Ne sto dicendo di stronzate, eh?!?
Ma sì, chi se ne incula.
Gaio è proprio l’aggettivo che userei per definire lo scorso sabato (di cui deliberatamente, finora, non ho scritto alcunché), con un pizzico di malizia furbetta, certo, ma anche in un senso più lato e serio (uh!). Stranissimo, per me, quel week-end, come ho avuto modo di dire a lei: perché il rapido subentrare, a un giorno tanto piacevole e vivace, di un episodio così triste e doloroso, che mi ha visto non protagonista ma senz’altro personaggio coinvolto in più sensi, ha automaticamente innescato la mia mente interpretativa, inducendola a instaurare superstiziosi, folli, colpevolizzanti vincoli di causa-effetto; rielaborazione magica di effettivi errori compiuti con R. che lì, d’un tratto, hanno rilasciato il loro mortifero olezzo, e per i quali il mio inconscio ha subitaneamente cercato di trovare una puntuale punizione, un’esemplare ammenda. La psiche gioca buffi scherzi, a volte. Stronza pure lei.
Sì, quel sabato è stato davvero qualcosa di… gaio. Inaspettato all’ennesima potenza (e qui sbatterà più di qualche ciglietta…) eppure anche così familiare, rilassato, spensierato, divertente. Ed è anche da lì, credo, che sorge ora in me questa voglia nuova di leggerezza, malgrado le vivaci, acute disamine teologiche cui ho assistito in quell’occasione fossero tutt’altro che lievi.
Grazie, ragazzi.
Mi dispiace per R., per V., per K. e per tutti loro, anime smarrite e bambine aggirantisi inconsolabili nella dantesca bolgia infernale della loro mente e del loro carcere, che sento un po’ – il che è indicibilmente ridicolo – come figlie. Eppure neppure posso lasciarmi fagocitare da un lacerante psicodramma che alla lunga rischierebbe di schiacciarmi.
Sì: continuerò a portarli nel cuore, R. in più anche nel mio modesto ma servizievole autoveicolo, ma adesso più che mai sento un gran bisogno di alleggerirmi e ridere. E ciò non perché le loro storie non mi abbiano toccato o tocchino tuttora, ma al contrario, proprio perché mi hanno segnato. Molto più che spirito di autoconservazione: puntiglio – direi – di non darla vinta alla pesantezza.
Quando quei ‘dannati’ ti buttano in faccia i loro occhietti pesti, psicotici e sofferenti, avverti nell’intimo che ciò di cui hanno bisogno è soprattutto vederti e sentirti ridere; assolutamente non leggere la propria stritolante condanna nella disperazione impotente di un ‘sano’, ma invece riscoprire ciò che hanno obliato nel loro Lete – che sì, si può ancora e sempre ridere, nonostante tutto. Non per velleità di dimenticare o ignorare il male, non è dato a nessuno; piuttosto per affrontarlo, combatterlo, graffiarlo e sfigurarlo; per far male al male. Fottiti, grandissimo bastardo: io rido.
E una volta compreso questo, che a dispetto di qualunque accadimento o sofferenza si può sempre ridere, che senso può mai avere, una volta lontani da quelle anime e nascosti alla loro vista, rannicchiarsi nella solitudine del proprio buio deserto e spaccarsi, devastarsi di singhiozzi? No, non è questione di essere attori consumati, brillanti in scena quanto malinconici in camerino. Si tratta di allora di crescere, di accettare i propri limiti connaturati, creaturali, e di viverli con serenità, senza lasciarsi possedere da idioti e superbi afflati salvifico-redentivi. Il ridere non è allora un’ostensione di indifferenza o di disprezzo al male dell’altro, né una reazione contraddittoria e isterica, ma un placebo lecito e anzi catartico, per il prossimo e poi per se stessi.
E sì, prima o poi ti capiterà che qualcuno, un ‘sano’, ti guardi negli occhi e con tono di malcelata invidia sentenzi: «Tu sei felice!».
Per tutta risposta, ti verrà da ridere.
Perché, ecco: quella è superficialità.
La mia invece si chiama leggerezza, baby.
Onirico, dolcissimo il ritorno in treno di questa sera.
Due stazioni dopo la mia prende posto alla mia sinistra, e sin da subito mi pare tormentato. O forse è semplicemente molto assonnato. Indimenticabile quella posa china, curva, stanca, misteriosamente prostrata, i gomiti poggiati sulle ginocchia e la testa fra le mani, protrattasi per un paio di minuti eppure eterna nella mia memoria. 25 anni, non di più. Dio, quali pensieri puoi mai avere per abbatterti, per piegarti a quel modo? Sforzandomi di provare interesse per il libro che si suppone stia leggendo, lo sbircio discretamente con la coda dell’occhio, godendo di quello scampolo di coperta che è il suo lungo paletot sulla mia coscia. Moro, pallido, fisico asciutto. Belloccio.
Poi chiude gli occhi e si adagia sullo schienale, reclinando il capo all’indietro. I contatti, casuali ma non per questo meno veri, si susseguono come fremiti. Ok, hai vinto. Chiudo il libro e provo a emularlo, aderendo al finestrino alla mia destra e puntellandomi la tempia con il pugno chiuso; un’ultima occhiata al buio di là dal vetro, e lascio calare le palpebre. Presto il suo respiro si fa più regolare, più cadenzato e lento, mentre il suo corpo prende a scivolare contro il mio, fino a esercitare una pressione leggera ma costante, decisa, calda. Già dorme al – sul mio fianco. Resto immobile e intanto godo di quell’inatteso, rubato tepore che dalla spalla si diffonde giù fino alla vita e anche più, più sotto… Quanta tenerezza nella sciocca sensazione di sostenere, insieme al suo peso, anche il suo ignoto fardello, per una qualche proprietà transitiva che scivola quell'empatia fisica nel morale. Solo l’acre sentore alcolico del suo fiato mi infastidisce un poco. Non sarai mica ubriaco, a quest’ora? Ma no, mi dico subito dopo, non può essere che il lascito di un happy hour un poco generoso. Nulla può guastarmi questo momento, questa mezz’ora di veglia in incognito.
A un tratto indulgo a un’inspirazione insolitamente profonda, di quelle che interrompono la regolarità del respiro di chi dorme e che – così mi è sempre piaciuto pensare – denotano il fantasma onirico di un’emozione. L’esperimento riesce, e lui risponde immediatamente facendo altrettanto.
È lì che mi sovviene un pensiero, o meglio una subitanea certezza. Ecco, la felicità è questo, sta tutta qui. Tutto mi pare incredibilmente remoto, ovattato, anestetizzato – la mia inesausta irrequietudine in cui giorni fa un amico ha creduto di ravvisare (dandomi non poco su cui riflettere) una blanda “stanchezza di me stesso”, i turbamenti degli ultimi giorni, le fami fugaci o insaziabili, la casualissima e discretissima irruzione nella mia vita di una vecchia conoscenza, il ricovero di R., i sensi di colpa… Tutto lontano, effimero – quello sì – quanto un sogno, smarrito nella dolcezza del ritmico enfiarsi e comprimersi della sua gabbia toracica, nei lievi suoni e movimenti del suo sonno.
Ma proprio quando mi convinco di non poter davvero avere o pretendere di più, oh, il suo collo prende a scivolare lento, piano piano, e la sua testa ciondola verso la mia spalla, sempre più giù, la vedo, la sento scendere, dai, ci siamo quasi… E per una volta non m’importa nulla della gente, della donna seduta davanti a noi che finge noncuranza e però si tradisce con il suo ostentato, deliberato evitare il mio sguardo desto e sornione… Quando, forse per l’allarme di un inveterato e dannatissimo orologio interno, l’approssimarsi della successiva stazione sveglia di botto il ragazzo, che – tenendo gli occhi serrati, per difenderlo dal suo ovvio imbarazzo – sento scostarsi decisamente da me e riprendere contatto con la realtà. Ma tu ti sei ripreso il mio contatto, la mia realtà. Pazienza. Su, ora l’ultimo atto. Prendo a muovermi e fingo di accusare il disturbo dato dal suo spostamento, quindi apro gli occhi e lo osservo di sottecchi.
E a quel punto è assolutamente folle il gesto rapido e persino sgraziato con cui lui si schiaccia contro il finestrino, contro di me, con il profilo che arriva a ostruire interamente il mio campo visivo a un palmo dal mio volto, per guardare la stazione fuori, prima di alzarsi con uno scatto e precipitare giù dagli scalini, senza voltarsi.
Foss’anche che Tu non fossi, non esistessi, e infine venisse all’oscurità che sei solo un mero, crudele miraggio autoallucinatorio prodotto dalla sete di uomini inadeguati alla vita, un fatuo pensiero d’Amore compensante i nostri indicibili vuoti e nulli, un’amorevole idea amata ma non amante, un surrogato ancor più insensato di quell’orrido nonsenso da cui cerchiamo scampo; se, ancora, fossi Tu il creato e non il creatore di chi si crede Tua creatura, il creduto che non crede, un bel sogno incubato per esorcizzare gli incubi e i realissimi demoni (del male non può dubitarsi) che infestano le nostre case e c’invasano, l’utopico Uomo perfetto, l’illusione idolatrica creata da tutti e soprattutto da ciascuno assommando all’infinito tutto ciò di cui siamo, insieme come nell’individuale intimo, ontologicamente privi, la proiezione metafisica di quella chimerica felicità che per un’intera vita cerchiamo senza neppur sapere cosa sia; se, infine e in fine, non fossi nient’altro che un’infida panacea, un trucco atto a ingannar la morte, l’alchimistico mitologico leggendario elisir di lunga vita, il placebo partorito per puntellare esistenze malate cui difetta un verace farmaco, un gioco adulto per tornare a sentirci bambini (sor)vegliati e vezzeggiati e per sempre al sicuro in braccia genitoriali… ecco: se tutto ciò fosse vero e Tu perciò non vero e io lo sapessi come so che morirò e ci credessi, ovvero non credessi, no, credimi, neppure così, nemmeno allora potrei sentirTi più lontano, indifferente e vacuo di quanto Ti sento ora.
Forse, tutto sommato, le parole di quella mia amica mi hanno scosso. C’è voluto qualche giorno (come s’è accorta R. – che vede meno cose ma quelle poche le trapassa e scruta come un laser – sono lento, in tutto), poiché sul momento non ho problematizzato né pienamente colto l’obiezione, ma alla fine pare che quella considerazione si sia scavata un varco nelle crepe della mia stolida e ostentata sicurezza fino ad arrivare al cuore.
Com’è possibile che Tu, Dio, cada nella tentazione di satana, dandogli in pasto Giobbe (Gb 1, 6-12; 2, 1-6)? Perché hai permesso, permetti che il demonio infligga ogni sorta di flagello e commetta orridi abomini nei confronti del Tuo irreprensibile servo? E ancora: nel farlo sei crudele oppure semplicemente, terribilmente indifferente?
A dire il vero, peraltro, non sono affatto certo che l’inquietudine degli ultimi giorni derivi da questo, dal risuonare in me di quella domanda. A terrorizzarmi davvero non è poi il dilagare del male nel mondo, come nel caso della mia amica, in quanto trovo che la libertà umana tale non sarebbe se non fosse declinabile in negativo proprio come lo è in positivo, e che il muto Tuo consentire non sia necessariamente prova di impotenza, disinteresse o complicità; è, questa, la vecchia immagine del Padre padrone, del despota giustiziere il quale, a ben pensarci, sarebbe assai più antropomorfo di quel Dio-Amore per cui la mia cara amica fatica a riconoscerTi. Non, non è vero che è stato l’uomo a ‘inventare’ l’amore e che Tu hai dovuto incarnarTi e farTi Uomo per divenire Tu Stesso ‘migliore’, “più perfetto” di quell’entità astratta e sola e temuta che eri prima. Questo, fossi pure io a peccare di superficialità e a difettare di un discernimento realmente emancipato e critico, non mi fa problema.
Ad angosciarmi è piuttosto il Tuo, almeno apparente, silenzio nei nostri cuori, il Tuo disertare la «terra deserta, arida, senz’acqua» del nostro spirito e della nostra carne. Non mi manca l’olimpico Zeus scagliasaette, ma una voce calda e costante che soffi sull’anima; ma potrei dire anche che provo una più fisica nostalgia del Te Incarnato, di Gesù, del Cristo, di un Figlio dell’Uomo che cammini e insegni e ami sulla stessa polverosa e sozza terra in cui anch’io cammino, mi sforzo di imparare e mi provo di amare. Non un freddo giudice che deliberi e proibisca (o punisca) dall’alto dei cieli, ma Qualcuno che sia qui con noi sempre, su cui posare il capo per riprenderci dalle fatiche del vivere quotidiano. Sì, un teologo ortodosso mi parlerebbe qui di Eucaristia, di Spirito Santo, di comunione spirituale e, probabilmente, anche del prossimo; ma non è questo che intendo, ciò di cui avverto la lancinante necessità. E non mi persuade in alcun modo la quasi consapevolezza che per me non cambierebbe nulla, che con ogni probabilità sarei – tendenzialmente più sul versante pilatesco, se mi conosco abbastanza – uno dei Tuoi tanti, increduli, farisaici assassini.

Folle il paradosso psico-teologico che mi porto dentro da tanto tempo a questa parte. Da un canto non ho mai dubitato, persino non mi è mai stato dato di dubitare della Tua verità ed esistenza. Credere, per me, è sempre stato come respirare: non una scelta consapevole, ma un dato oggettivo e non incrinabile – un dono e una grazia, direbbe un sacerdote. Non l’ho deciso io, mai, né potrei addurre prove di sorta, né è mai accaduto nulla di straordinario o di speciale nella mia vita… anzi: eppure, nonostante questo e molto altro, io so che Tu ci sei – e che la morte non esiste.
D’altro canto avvertire, sentire
Dove, dove sei… Tu?
Ho ancora in testa le parole di lui, quando ha detto che ha deciso di prendere in mano la sua vita e di cambiarla. Lo sta facendo veramente. E un rinnovamento deliberato è sempre in meglio, perché – si sia o meno nel giusto – attuato per fare ciò che si ritiene essere il proprio bene.
Io, invece, mi sono sempre lasciato cambiare dalla vita, più o meno incurante dell’esito.
Un alibi perfetto per disconoscere la paternità dei miei problemi.
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4 mesi di silenzio… per poi ricascarci di nuovo.
Tempo fa ben due utenti (Anonima bresciana e un altro ancor più anonimo), che spero ripassino di qui, hanno pubblicato un commento a Desideri rilevando la cronica mancanza di leggerezza che affligge il mio blog. Forse i più bei commenti mai ricevuti.
Devo ammetterlo: in qualche sottile piega della mia coscienza – non so perché – si celava il pensiero che, quando fossi tornato a scrivere qui, avrei un po’ mostrato e un po’ ritrovato una persona diversa, ma… ecco, l’ho fatto di nuovo.
L’ho scritto qui sopra, sono lento.
Non posso promettere nulla…
...ma ci proverò, ragazzi.
Grazie.
Venerdì 19/09/08, ore 18.14
Solito treno, soliti pensieri.
Non sei alla sua altezza.
Il Sire (leggi qui) è perso per una collega comune, che in ossequio ai più triti copioni amorosi neppure si sogna di ricambiarlo. Sovente è così: chi ha non vuole, e chi vuole non può avere. Lei contempla il Bel Gitano, ora – un altro colega che, effettivamente, è bello da paura; bello e, ahimè, impossibile; anche per lei, temo, ma non è detto.
È ridicolo quanto spesso mi capiti di cadere in questi giochi di dama, o meglio di convincermi di farne parte, di esserne coinvolto. Quando il ruolo di osservatore esterno (seppur non neutrale) non solo mi calza, ma mi si addice tanto di più. Posso senz’altro dirmi un confidente apprezzabile: ascoltatore ottimo e discretissimo, passabile consigliere. Ma chi analizza gli analisti? La consuetudine alla riservatezza rende reticenti, alla lunga, persino con se stessi. Nel farsi intimi depositari dell’altrui vita privata, in qualche misura si finisce per privarsi della propria.
Ho preso un granchio con il Sire: si trattava dell’ennesima, frivola infatuazione. Nulla di serio, dunque. Né il mio è il caso della volpe e dell’uva, mi si creda: l’ho capito ben prima di sapere che lui non è alla mia portata. Ora resta solo una grande tenerezza, per il suo amore non riamato.
Anch’io sono in una nuova fase. Ma no, che dico, in definitiva non è cambiato proprio nulla: la fase è sempre la stessa, piuttosto ne è mutato l’oggetto. Il soggetto. Dicono che uno scrittore non faccia che scrivere lo stesso libro per tutta la vita, un artista dipinga il medesimo quadro, e così via. Non so se sia vero: io, comunque, mi ostino a incubare sempre gli stessi vecchi dejà vu.
Il Bel Gitano: dopo un anno mi è riuscito di scambiare due chiacchiere con lui, in modo del tutto fortuito – ci siamo incontrati all’uscita. Questa volta non ci sono sovrastrutture, patine (reali o pretese) romantiche, si tratta di pura e semplice attrazione fisica. In quella breve passeggiata verso la metro, lastricata di un lieve ma dolce imbarazzo, ho già scattato qualche istantanea sensoriale: il modo di guardare, di inclinare la testa di lato, di modulare la voce… E poi quello strano senso, in pari misura piacevole e detestabile, di brillare di luce riflessa, di sentirmi osservato in quanto vicino all’obiettivo delle traiettorie visive dei passanti: uno così non può passare inosservato. Camminare al suo fianco… no, sono pensieri che non posso concedermi. Modestia? No. Realismo.
Tipo ombroso, reticente, introverso: parla solo se interpellato, dicono i colleghi. Anche qui siamo in pieno cliché: il mito del bel tenebroso è intramontabile. Ma io ho bisogno di aurore. Nondimeno sarà dura persuadere di ciò i miei occhi.
Una cara amica mi ha consigliato di raddoppiare le chiacchiere a quattro, la prossima volta. Ammesso che ci sarà, non covo – cerco di non covare illusioni. A che scopo? Per diventare anche il suo confessore? No, di grazia. E comunque è impossibile, visto il carattere chiuso.
Non resta che tentare di tramare qualcosa con altri colleghi galeotti (fra cui, ovviamente, non può annoverarsi il povero Sire) per procurare alla spasimante un abboccamento con il Bel Gitano. Sono troppo diversi, a dire il vero, ma lei almeno ha qualche chance. E poi è dolcissima. Così limpida e trasparente… fin troppo: sicuro che lui abbia già mangiato la foglia. Mi sa di timidone. Praticamente irresistibile.
…e così sei finita nella mia città. Per poche ore, certo, giusto il tempo di spaziare per il centro e vederne qualche scorcio, ma c’eri. Se vorrai arriveremo, poco a poco, anche alle periferie (mie e tue): anche se lì mai nessuno sa – come dicevi – quanto in là sia possibile spingersi, né se i cancelli siano aperti o almeno apribili.
…eppure ieri persino la pioggia uggiosa e insistente, che qui in genere mi corteggia già bagnato, mi è parsa innocua, acqua vacua – ma no, direi piuttosto acqua alleata, nel rendere la giornata ancor più unica e speciale. Perché tu – bizzarro prodigio – sai strapparmi a me stesso e fare del mio solo un persino.
…singolare è il modo in cui, puntellandomi e sostenendomi, in certo senso sei anche sisma al mio già precario equilibrrrio. Perché con te quel me tanto a lungo nascosto e negato può uscire allo scoperto e ed esprimersi abbattendo molte censure, cosicché queste ore d’aria concesse alla consueta cattività poco a poco mi instillano – pensiero bello e insieme spaventoso – il desiderio di un’autentica emancipazione.
...nient’altro vuole uscire da me, oggi. Perdonami.
Giornata frigida, a controbilanciare – sembra – quella bellissima che mi hai regalato ieri.
A presto, sorellina.